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BOSTON PUBLIC LIBRARY
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TRATTATO DI j^CME^MA
LA
SCHERMA
ITALIANA
DI SPADA E DI SCIABOLA
PER
FERDINANDO MASTELLO
i Colui Don faccia esercizio che non vuole vivere sano e lieto i AGNOLO PÀNDOLFINI.
FIRENZE
STABILIMENTO TIPOGRAFICO G. CIVELLI 1887.
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Proprietà Letteraria
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^irtro e alteratila conit Sarfogi
GIOIE DI DOMESTICI AFFETTI
CHE NELL'ETÀ DEL SORRISO
E FRA GLI STUDI CHE INNALZANO
LO INTELLETTO
RITEMPRATE
NEI CAVALLERESCHI ESERCIZI
LA GAGLIARDÌA DEL CORPO
LO SPIRITO ARDIMENTOSO
A MANTENERE ALTO E RISPETTATO
INSIEME A QUELLO DEGLI AVI
IL SACRO NOME D* ITALIA
QUEST' OMAGGIO D' AFFETTO
L'AMICO E MAESTRO jErbiUlìtlìlCI litflSÙIlo
CON SINCERO ANIMO CONSACRA
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PREFAZIONE
che cosa serve questo nuovo trattato?... 0 che non bastano i molti che già cor- rono fra le mani de1 nostri amatori di scherma; trattati completi, teorici e pratici; per spada, per sciabola, per ogni arma; in lingua italiana, fran- cese e anche spagnuola?
C era dunque proprio bisogno che il maestro Ma- stello venisse egli pure a regalarcene uno suo ?
Queste domande io sono sicuro che più d'un let- tore le deve aver fatte, anche prima di aprire il libro. È dunque giusto che io risponda, che io ap- paghi tutte codeste curiosità, e dia anche ragione delV opera mia. Forse ci potremo intendere con poche parole e sarà un bene per tutti.
VII! PREFAZIONE
Ecco adunque; di trattati, sì, ce ne sono molti, e anche buoni. Ma la scherma è aneli! essa uri arte che ha i suoi progressi, che si perfeziona sempre più mediante i continui esercizi pratici, e sempre afferma qualche principio nuovo : non tener calcolo di questi progressi, di questi avanzamenti, sarebbe come volerla mummificare f come volerla avvilire, cosa che i miei lettori sono ben lontani dal desiderare. E molto meno lo posso volere io, che amo ormai V arte della scherma come V 'unico mio ideale, e V oggetto di tutte le mie cure. Ed è appunto perchè V amo, che sento la no- bile ambizione di portare il mio tributo al suo per- fezionamento.
V'ha poi un'altra ragione che mi spinge ad af- frontare il giudizio del pubblico e le critiche di molti compagni nel culto dell' arte.
L'idea di questo trattato sorse in me dal concetto di lenificare e coordinare quanto di meglio offrono le scuole italiane più moderne, escludendo e confu- tando in pari tempo ciò che esse presentano di meno logico di meno opportuno ; esclusione e confutazione tanto più necessaria, quanto più inveterati, e passati dirò così nelle consuetudini — e perciò meno avver- tili — mi apparivano i difetti.
A questo proposito credo utile notare che in Italia
PREFAZIONE
IX
gli studi schermistici più seri hanno trovato e tro- vano da vari anni la loro più interessante applica- z ione neir Esercito .
La serietà pratica di codesti studi militari si po- trebbe dimostrare in ìnolte guise: ma basterà, io penso, ricordare i risultati ottenuti nei Congressi e Tornei nazionali ed internazionali dal 1874 al 1884. Questi risultati, che certo non abbisognano di com- mentì, furono:
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Congressi e tornei di scherma |
Anno |
Primo premio riportato |
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NELLA GARA DI SPADA |
MILITARE 0 BORGHESE |
NELLA GARA DI SCIABOLA |
MILITARE 0 BORGHESE |
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Congresso di Bologna Congresso di Siena . . Congresso di Roma . Congresso di Torino . Torneo internazionale Congresso di Napoli . Torneo internazionale |
1874 1875 1876 1877 1881 1881 1884 |
Ferdinando Masiello Ferdinando Masiello Salvatore Arista Salvatore Pecoraro Salvatore Arista Non fu fatta la gara Carlo Pessina |
Militare Militare Militare Militare Militare Militare |
Giuseppe Ronga Giuseppe Ronga Gaetano Barraco Giordano Rossi Luigi Scarani Carlo Pessina Foresto Paoli |
Militare Militare Militare Militare Militare Militare Borghese |
Né vanta solo questi trionfi la falange dei maestri militari, che nel 1883 il maestro Salvatore Pecoraro invitato a Parigi ad un torneo promosso da quella société d'encouragement de l' escrime, fu scelto a mi- surarsi col celebre Louis Mérignac, il campione della
PREFAZIONE
scherma francese, e riportò tale successo di superio- rità quale non fu conseguito mai da alcun altro maestro o tiratore italiano, fra quanti prima e dopo d'allora ebbero la ventura di battersi col valentissimo maestro francese.
Ho detto che alla dimostrazione di questi risultati non occorrono commenti ; per verità dovrei disdirmi 'poiché dei commenti da farsi ce ne sarebbero e molti. Ma è mìa intenzione in quest opera astenermi da ogni 'personalità, fosse pur giustificata dalle circo- stanze.
Se però mi impongo una riserva assoluta per le persone, non mi è consentito dalle ragioni d' arte più elementari di tacere sopra un Metodo di Scherma recentissimo, che ebbe la fortuna di essere scelto a metodo regolamentare della Scuola Magistrale mili- ta re ; alludo a quello del maestro Masaniello Parise di Najwli.
Coi principi e colle teorie del maestro Parise io mi trovo non di rado in assoluto disaccordo, e a meglio chiarire i miei principi opposti a' suoi e le contrarie applicazioni di essi ho sentita la necessita — più che la opportunità — di porgere al lettore ari corso di questa mia opera un certo numero di note, affinchè i termini del confronto riescano chiari
PREFAZIONE
e più facilmente si possano discutere ed apprezzare. L'opera. Ori maestro Parise è troppo recente ed ha avuto troppa influenza colla sua applicazione nell'E- sercito, perchè io potessi non occuparmene in un libro che intende basarsi essenzialmente sulla esperienza dei metodi più noti e rinomati.
A tale esperienza poi io ho aggiunto la mia pra- tica personale e quella dei miei migliori colleghi $ arte . Personalmente ebbi modo di poter apprendere nella mia non breve carriera : il metodo napoletano vecchio (Rossaroll) Vitaliano (Enrichetti) il misto (Redaelli) e finalmente il napoletano nuovo (Parise). Il mio giudizio perciò intorno a questi metodi fondasi sopra sicure cognizioni di ciascuno di essi.
Le note intercalate nel testo, il lettore le troverà limitate al trattato di spada, perchè riguardo alla sciabola, allo stato delle cognizioni oggi acquistate per questa arma, così nelV Esercito come nelle pri- marie sale d'Italia, una discussione artistica di fronte al metodo Parise non è possibile. La scherma di scia- bola quale la insegna il maestro Parise col suo trat- tato è assolutamente e schiettamente, un ritorno a teorie vecchie ed infruttuose, e perciò da molto tempo abbandonate.
L' esperienza, maestra di ogni progresso , ci insegna
PREFAZIONE
anzitutto ad apprezzare il vero ed il buono dovunque si manifesti, ed a questo principio io mi sono ispi- rato senza preconcetti, come senza ire e senza pre- concetti biasimai ciò che mi parve inutile o dannoso. Se io abbia fatto opera utile non sta a me il giu- dicare : e dopo queste avvertenze mi rimetto fiducioso ai miei colleghi ed ai veri cultori della nobile arte.
Firenze, Luglio 1887.
F. Masiello.
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PARTE PRIMA
CENNI ^TO^ICI DELDA ^CMEtJMA
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CENNI STORICI
i.°
L'arte della scherma nei tempi antichi.
La scherma de popoli orientali.
iNCHE la scherma, come qualunque altra scienza, ha fasti suoi propri ed una sto- j ria affatto particolare. Semplice esercizio dapprima, con regole poche e generali, si confonde coli' arte della guerra, di cui è parte e a cui serve -, ma a poco a poco si fa più libera, ed anche più complessa; divien arte distinta e passando per varie vi- cende, fiorisce e anche decade, per risorgere poi più rigogliosa, e meglio perfezionata. Ma quanto diffidi cosa il descrivere tutti questi svolgimenti, questi progressi della scherma! Quante volte ci sentiamo spezzato il filo tra mano, e perduta la traccia!
Nel suo significato più largo e generale la scherma è il modo di usare l'arme a propria difesa, e ad offesa
PARTE PRIMA
altrui : entra quindi in tutte le battaglie, in tutte le lotte che si sono fatte dal primo giorno in cui l'ira, l'ambi- zione, la prepotenza armò l'uomo contro l'uomo, sino a noi. E siccome la storia delle vicende umane è tutta un racconto di guerre, così immenso è il campo in cui si esercitò la scherma, ed immenso sarebbe pure il la- voro di chi ne volesse descrivere tutte le manifestazioni. Quante battaglie ci ricorda una simile scherma, quante lotte, quanto sangue sparso sui campi gloriosi alla luce del sole, e fra le tenebre della notte col tradimento e colla viltà! Quanti imperi mutati pel cozzo delle armi, quanti troni rovesciati, quanta gloria e quante sciagure, quanti eroi e quante vittime! L'immaginazione rimane atterrita, schiacciata sotto il cumulo di tante ricordanze, e quasi è tratta ad odiare non che la scherma, ogni uso d' arme.
Un lavoro sì fatto lo ha testé compito il signor Emile Mérignac, fratello al famoso schermidore, giovine di no- bile fantasia e nutrito a forti studi. Egli con lunghe ri- cerche, e con uno studio accurato volle seguire tutto lo sviluppo dell'arte della scherma, dai più lontani tempi perduti nella nebbia delle leggende, sino ai giorni nostri. È una fantastica rassegna, nella quale vi vedete innanzi come in un caleidoscopio tutti i popoli della terra colle loro armi speciali, colle varie foggie, e colle particolari istituzioni, dal loro primo sorgere, alla loro storica gran- dezza, ed anche al loro decadere e trasformarsi. E voi lo seguite affascinati, ammaliati dal suo stile sempre vivace e attraente. Ma quando ritornate da quel lungo viaggio, trovate di sapere molti nomi, molte cose, molta storia, ben poco però della scherma, e molto meno della storia della scherma.
CKNNI STOKICr
La causa di questo inconveniente è l'essersi egli fer- mato al concetto più generico della scherma, e l'averlo confuso coli' uso delle armi.
Per lui la scherma è la plus ancien des arts, e fin qui non ci sarebbe nulla da dire -, ma per lui rientra sempre nella scherma, qualunque atto di difesa o di offesa, che sia fatto con un'arme alla mano: e questo concetto non è certamente conforme alla definizione che noi siam soliti dare della scherma. Volendo però tesserne la storia, fa- ceva d'uopo considerarla nel vero suo essere, nelle qua- lità speciali, che, distinguendola da un uso più generico delle armi, la costituiscono un' arte a sé, e con norme scientifiche.
Per scherma noi intendiamo il modo razionale di usare a propria difesa e ad offesa altrui di armi speciali, in un combattimento singolare, con norme e condizioni de- terminate. Si distingue quindi da quella scherma, che è il primo elemento d'istruzione per ogni combattente nelle grosse battaglie : è più libera, più razionale, perchè individuale, ed ha leggi affatto proprie, che non possono convenire al soldato.
Certo il soldato deve conoscere il modo di valersi dell'arme; ed è perciò sottoposto ad esercizi, che pur sono in gran parte quelli della scherma; ma egli non può quasi mai essere un valente schermidore ; come non è sempre pittore chi scombicchera tele, e non è lettera- tura ogni pensiero che vien fatto di mettere in carta. Il soldato ben poche volte può agire indipendentemente, che deve servire con disciplina severa a quelle combi- nazioni di tattica, che sono note al solo Duce. E parte di un gran corpo, subordinato quindi ai movimenti del- l' intera massa. E come lavora ad un esito complessivo,
PARTE PRIMA
così può anche contare sull'aiuto altrui, sul concorso di una riserva, sui vantaggi che presentano la diversità dell'arme, e le ineguaglianze del terreno.
Lo schermidore invece è ad un tempo duce ed eser- cito -, non conta riserva, non ha vantaggi speciali ; il ter- reno e le armi sono uguali ; il solo valore e la mag- giore o minor perizia nell' uso dell' arme distinguono i combattenti.
Da queste poche cose si vede quanto ci corra tra la scherma, almeno come si definisce oggidì, e l'uso ge- nerico dell' arme bianca nelle battaglie. Però, volendo studiare la storia della scherma, noi dobbiamo prender le mosse dal tempo nel quale essa diviene un' arte a sé, con intendimento speciale, che non sia quello di esser ele- mento dell'educazione militare, generalmente parlando.
Invano perciò la cerchiamo fra i popoli antichi orien- tali. Essi non conobbero mai una vera scherma, indi- pendente ; ma soltanto quella subordinata al miglior uso dell'arme nelle battaglie.
E quale abbia potuto essere la loro scherma, ben si può imaginare considerando che il modo di combattere degli antichi popoli era semplice, con poca arte, e punto strategia. Il numero e la forza erano i due principali elementi della vittoria. Movevano alla battaglia in grandi masse, spesso disordinate; scagliavano alla rinfusa nembi di saette, di giavellotti; quindi, strettisi corpo a corpo, ferivansi ciecamente, si trucidavano a migliaia. Spesso la parte principale era riservata agli elefanti, ai carri; ovvero riparavano dietro steccati, e si circondavano di armi salde e resistenti.
Possiamo anche da ciò capire quali dovettero essere gli esercizi militari di quei tempi. Certamente non si pos-
CENNI STORICI
sono prendere sul serio come mostre di vera scherma gli esercizi ne' quali, come leggiamo in Senofonte, Ciro affaticava i suoi guerrieri. E si ride pure di compassione quando si legge che il Capoferro (Gran simulacro del- l'arte e dell'uso della Scherma, Siena 1640) attribuisce l'invenzione della scherma a Nino, re degli Assiri, e che dagli Assiri sarebbe passata ai Persiani, e questi F avrebbero trasmessa ai Macedoni, ai Greci ed ai Ro- mani. Non è questo far torto agli Indi, i quali dicono che Brama ne fu l' inventore, avendola insegnata ai Bra- mini insieme ad altre scienze secrete e misteriose?
Svolgendo le antiche storie ci occorre bensì talvolta di trovare qualche cosa che si avvicina alla scherma e di vedere osservate alcune delle condizioni che sono di essa proprie; come per esempio combattimenti di uomo contro uomo, o di determinato numero di guerrieri con- tro un numero eguale; ma oltrecchè ci sarebbe molto da dubitare della verità storica di questi parziali combat- timenti, non pare che il modo di combattere sia in essi razionale, e dimostri cognizioni di regole particolari nel- l'uso di un'arme qualsiasi.
Basta per convincersene esaminare i combattimenti o duelli che ci descrivono Omero e gli altri scrittori antichi. In essi ciascuno dei combattenti conserva l'arme sua propria, e l'usa con gran forza e coraggio. Si sbrigano quindi in pochi colpi forti, decisivi; perchè, o la corazza, lo scudo, l'elmo resistono, e si ripetono i colpi; ovvero si spezza, e il combattente soccombe e tutto è finito.
Il fermarsi poi lungamente sulle circostanze che in essi leggiamo, io lo credo tempo perduto; perchè, pure am- mettendo possibile il fatto a' tempi dello scrittore, siamo costretti a fondare il nostro giudizio sulle cognizioni
PARTE PRIMA
tecniche che esso scrittore aveva; e che potevano sapere di scherma Omero e gli altri poeti ?
Anche quindi ammettendo che un' arte rudimentale della scherma abbia potuto esistere a que' tempi, non ci vien fatto di determinare quale essa sia stata. Gli scrit- tori o non ne fanno mai parola, o usano espressioni generiche, che ci lasciano all'oscuro di ogni cosa.
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La scherma dei Greci.
A' bei tempi della Grecia noi troviamo bensì una scherma, espressa col nome di oplomachia, onko\x.a.y}a ; ma essa non potè fiorire, non fu neppure sempre in onore, e pochi scrittori ne fecero parola.
Ci fa meraviglia che questo avvenga presso il popolo greco, il popolo classico per eccellenza, presso il quale tutte le arti fiorirono, tutte le manifestazioni del bello e del vero furono coltivate con amore, e tutto ciò che po- teva perfezionare l'uomo ebbe ampio svolgimento. Con- siderando la grande parte che avevano neh" educazione della gioventù greca gli esercizi ginnastici, e la diligenza colla quale tutti si addestravano alle armi nelle palestre di Atene e di Sparta, quando appunto la grandezza delle principali città della Grecia fondavasi sopra un' egemonia acquistata coli' arme, ci aspetteremmo che fosse in grande onore un razionale esercizio della scherma; eppure non fu così. L' oplomachia, o non ebbe parte nell'educazione della gioventù, o l'ebbe ben piccola. E la ragione la possiamo facilmente conoscere.
L'educazione greca aveva per iscopo non solo la cui-
CENNI STORICI
tura dello spirito, ma anche quella del corpo; mirava cioè ad ottenere che pure il corpo conseguisse quella perfezione e quella bellezza di forme a cui era atto. Dal complesso della cultura intellettuale e morale, con quella delle forze fisiche nasceva la vera eccellenza del- l'uomo, che chiamavasi xaloxdyaS-la.
Perchè adunque l'oplomachia fiorisse e fosse in onore, siccome non poteva giovare gran fatto all' educazione intellettuale, avrebbe dovuto essere parte precipua o nello svolgimento delle forze fisiche, o nell'educazione militare, ed offrire così una pratica utilità, un campo aperto a suoi cultori per abbondante messe di gloria e di lucro. Ma essa non presentò mai nessun utile de- terminato; non ischiudeva la via a nessuna carica spe- ciale, e in nessun modo offriva a suoi cultori un com- penso, un premio, un avvenire di gloria. A stento perciò fu tollerata fra gli esercizi ginnastici, relegata quasi al- l' ultimo posto ; e come preparazione alla vita militare, il suo valore scientifico fu subordinato alla tattica allora in vigore, giudicata un di più, un ornamento da poco, e quasi un vanto inutile e pericoloso.
La ginnastica fu sempre moltissimo stimata e coltivata con ispeciale amore, perchè oltre ad essere i suoi eser- cizi per se stessi molto igienici, predisponevano e pre- paravano all'atletica; e l'atletica, raggiungendo l'ultimo grado di perfezione nella coltura del corpo, rispondeva mirabilmente al concetto greco della v.ylcvJ.yyfjia. E se ne faceva perciò solenne mostra ne' giuochi nazionali, e si premiava il vincitore con ogni sorta di onori, di premi; largo compenso per le fatiche durate, e del trovarsi spesso T atleta incapace a più nobili uffizi.
Ma l' oplomachia, come era affatto esclusa dagli eser-
IO PARTE PRIMA
cizi dell'atletica, così non entrò mai fra le contese pre- scritte ne' grandi giuochi nazionali.
È bensì ricordato in Omero che gli antichi guerrieri solevano dar prova del loro valore sfidando avversari e paragonandosi con loro, come per esempio nel libro 23 delYJ/iade, ove Nestore racconta di una sua contesa con alcuni Epei ed Etoli ; ma con quali armi, con che norme ciò avvenisse, non ci è detto, e neppure ci è dato imagi- narlo. E certo quella costumanza venne a poco a poco perdendosi, perchè nei tempi più gloriosi per la Grecia, ne' giuochi principalmente non leggiamo che si praticasse.
Il primo agone, anzi l'unico per molte olimpiadi, fu la corsa nello stadio^; e sempre, anche quando le gare si moltiplicarono e si fecero più complesse, la corsa, secondo la testimonianza di Senofane in un suo epi- gramma, reputavasi superiore ad ogni altra lotta, e la prestezza dei piedi era la virtù che più si onorava fra quelle manifestate negli agoni,
C-Ùdè [XEV Et TOLjyTYlTl jrcdrZv, XO mp SGTl "KpOTl}XOV
p(à[iYjg ogg' a.vòpwj epy' iv àytHvi Ttikzi.
Dell' oplomachia giammai in que' giuochi si fa parola, almeno sino all' introduzione nella Grecia de' giuochi dei gladiatori. La sola robustezza del corpo, e la gagliardìa delle membra vi faceva mostra; sicché lo stesso Senofane lamentava il poco conto in che teneansi gli esercizi ra- zionali,
aXÀ' etV/j p.a"k<x tcvtc vc]xi'C,zxc(.i, ovài div.aiov v.pcv.pivEiv p'ùu:/]V ZYiQ dyaByg (jccpìrig. (0
(1) Un tale costume è però stolto, poiché non è giusto maggiormente stimare la robustezza del corpo che non la nobiltà dell' arte.
CENNI STORICI
Si giunse persino a credere che il buon atleta non potesse divenire buon soldato; e lo prova la gara che si suscitò nel campo d' Alessandro il grande, fra un Mace- done armato di tutto punto e Diosippo celebre atleta. La lotta fu tutta a danno dell'armato, che rimase soc- combente ; ma il solo fatto di quel paragone ci dimostra quanto poco atto a trattar l'arme, e a giocar di scherma fosse generalmente stimato un atleta.
Né meglio, come pare, fu l' oplomachia apprezzata quale istradamento alla tecnica militare.
Erano tempi ne' quali più che il valore e la prodezza personale, valeva la disciplina e il concorde movimento delle file. Formavano il nerbo principale degli eserciti gli opliti armati gravemente e strettamente uniti, e l'arte massima era il ferir colle picche, e coli' urto dei pesanti scudi. Gli esercizi militari erano necessariamente coordi- nati ad una simile tattica; dovevano contenersi in una cerchia molto limitata di mosse e di assalti; per cui l' oplomachia, o meglio la scherma, ci veniva a scapi- tare, si trovava a disagio e non poteva aver grande importanza.
E ne è chiarissima prova il fatto che presso gli Spar- tani, che pure erano il popolo più bellicoso della Grecia, non erano tollerati i maestri di oplomachia, quasi che gli armeggiamenti che da questi si insegnavano, recas- sero più danno che vantaggio, o istillando soverchia fiducia e pretensione, o rendendo più difficili i movi- menti ordinati dell'intera fila.
La scherma adunque che studia di ottenere col mi- nimo mezzo il massimo effetto della difesa e dell'offesa, ed allora è perfetta quando, gettato ogni mezzo di di- fesa, con un solo ferro, sa parare i colpi dell'avversario
PARTE PRIMA
ed infliggergli mortali ferite, la scherma, sinché durava questa tattica militare, non poteva fiorire, neppure come semplice esercizio militare.
Forse avrebbe trovata più facile via quando Ificrate in- trodusse i suoi cangiamenti nelle armi e nel vestito delle milizie Ateniesi ; quando vestì leggermente opliti e pel- tasti, con piccolo scudo e corazze di lino, e loro allungò la spada; ma troppo breve fu il tempo nel quale durò tale cambiamento, perchè potesse portar frutti. Cessò si può dir, subito dopo la morte del grande riformatore, col crescere della potenza di Filippo, e col perfeziona- mento della falange Macedone; e basta ricordare la di- sposizione della falange Macedone, per subito intendere quanto poca parte fosse riservata ad un razionale modo di usar le armi.
Ecco come dagli storici ci vien fatto di concepir la falange.
Figuriamoci i falangiti disposti per file di 1 6 uomini in profondità, coli' intervallo di solo un metro tra l'ima e l'altra fila; essi tengono la sarissa, lunga 7 metri, pie- gata orizzontalmente in modo che fuori sporge 5 metri dalla prima fila, quattro dalla seconda, tre dalla terza, e così via di metro in metro sino alla sesta fila, che non più orizzontalmente, ma la sorregge alzata sopra le spalle di quelli che son davanti, così da formare una difesa e togliere forza a qualunque freccia o proiettile che cada dall'alto. Come resistere a quella massa compatta di picche, a quel muro di punte che sempre avanza, ab- batte e schiaccia quanto le si para innanzi? La schiera degli opliti e perfino la profonda colonna Tebana in- vano tentavano avvicinarsi ad essa; non potevano né usar le formidabili picche, né urtar co' pesanti scudi.
CENNI STORICI 13
Questo nuovo ordinamento, come procacciò numerose vittorie prima a Filippo, poi ad Alessandro Magno, così fece quasi dimenticare non che la scherma, anche gli altri esercizi militari divenuti ormai inutili. Era invero inutile l'addestrarsi al maneggio della spada, quando questa rimaneva quasi sempre inoperosa al fianco, e si aveva insieme col piccolo scudo, quasi per iscusa e semplice mostra.
Ma tale ordinamento non poteva neppur durar a lungo, perchè troppi erano i difetti e gli inconvenienti che in se racchiudeva la falange. Formidabile in aperta pianura ed in terreno adatto, difficilmente si reggeva compatta quando questo mostrava ineguaglianze.
Guai se il nemico si apriva un varco e penetrava tra le file di essa; la rotta era allora disastrosa e completa. A Cinocefale infatti pochi manipoli Romani che poterono cacciarsi fra l' ala sinistra della falange Macedone, ritar- data dalle difficoltà del terreno, e l'ala destra spintasi troppo innanzi nell' impeto dell' attacco, la sbaragliarono interamente facendone terribile macello.
Alla scherma quindi coli' introdursi e col perfezionarsi della falange Macedone, non era venuto vantaggio e progresso alcuno; ma solo danno e rovina.
Non comprendo perciò come si sieno potute scrivere dai sigg. Rossarol e Grisetti le seguenti parole: « Questa scienza (della scherma) ebbe al pari d'ogni altra la sua infanzia e la sua virilità: e come nelle scienze fisiche ci vollero dei Galilei, dei Carte sii per produrre dei Newton, non altrimenti nelle guerre dovettero precedere le orde Egizie, le Persiane, le Assirie, per produrre le falangi Macedoni, le armate Greche e finalmente le legioni Romane. Era appunto riservato all' Italia il dare l'ut-
14 PARTE PRIMA
tinta mano a qnell' arte. » Possibile che ambedue ci ve- dessero così poco, non dirò sui libri di storia, ma sui libri della scherma stessa ? Però possiamo attribuire que- st' errore a precipitazione, e loro essere indulgenti fino a dire, parce sepitltis, quando contemporanei nostri, che vanno per la maggiore, e membri anche di commissioni esaminatrici di trattati di scherma, dicono corbellerie anche peggiori.
Quando la Grecia dalla cattiva prova della falange, ritornava ai metodi antichi e si conformava al sistema delle legioni Romane, perdeva la sua libertà politica e ogni vigoria nelle sue nazionali istituzioni; diveniva pro- vincia Romana, e la sua storia si confondeva con quella di Roma, Insieme colla maggior coltura e col gusto più raffinato nelle arti e nelle lettere, per cui la Grecia capta cepit fentm victorem, tentò portare a Roma anche l'oplo- machia; ma in Roma l'oplomachia già esisteva, ed era anche in molto maggior considerazione, perchè aveva uno scopo determinato, una ragione d' essere affatto particolare.
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La scherma dei Romani.
Anche in Roma però dovettero succedersi molti secoli prima che sorgesse una scherma indipendente e con norme razionali.
I Romani che pur traevano la loro potenza e la loro grandezza dall'ottimo ordinamento militare, e che sola- mente colla scienza delle armi, come scrive Vegezio, conquistarono il mondo, non conobbero per molto tempo
CENNI STORICI 15
se non la parte più elementare della scherma. E prova ne sia l' uso loro costante della spada larga e corta, e la loro uniforme e la tattica sempre uguale nelle batta- glie regolari.
Né ci si venga a ricordare e a magnificare gli esercizi militari che i Romani, come già i Greci, praticavano sia nel campo di Marte in Roma, sia negli accampa- menti; possiamo subito comprendere in che consistes- sero codesti esercizi.
Che molto si esercitassero lo deduciamo facilmente, considerando la costituzione civile basata sulla milizia, sicché il servizio militare era a tutti obbligatorio, e bi- sognava aver servito la repubblica nella milizia e in battaglia, prima di aver diritto alle magistrature civili. Lo conferma poi la stessa etimologia della parola exer- cittùs, così secondo Varrone chiamato, quod exercìtando fìt melior.
Ma tutti codesti esercizi, o erano puramente discipli- nari, per ottenere pronti e regolari movimenti di schiera, secondo le divisioni dell'esercito stesso; o erano tali che solamente bastassero a rendere più robusta la fibra de' militi, avuto riguardo alle fatiche cui dovevano sot- tostare; o finalmente, come spiega Vegezio, miravano a procacciare vigoria e sicurezza nello scagliar l'asta, nel trattar la spada da vicino, nel ferire a tempo, senza mai scoprirsi. Gli altri esercizi poi, che pur da alcuni storici ci sono descritti, come per esempio quelli al palo, e alla quintana, s'introdussero molto tardi, quando già la scherma aveva fatto le prime prove, ed era stata chiamata ausiliatrice neh' educazione militare.
La vera scherma tra i Romani sorse fuori dalla cer- chia dell'accampamento e dalle istituzioni militari; anzi
l6 PARTE PRIMA
per molto tempo fu relegata presso una classe di persone quasi maledetta, che la legge colpiva d'anatema, d'infa- mia, che l'egoismo de' potenti colmava di disprezzi mentre se ne serviva a solazzo.
Però non ci offenda veder la scherma venir di sì basso e tanto umiliata, noi soliti mirarla in alto loco, onorata come nobile disciplina e tutta propria de' gen- tiluomini! Ci inganneremmo nel nostro giudizio, se per questo ce ne vergognassimo e volessimo ripudiarla. Essa non ne fu punto deturpata, ma seppe nei ludi gladia- torii procacciarsi gloria, e aprirsi via a grandi trionfi.
Fu la scherma, divenuta arte, che sollevò quegli scia- gurati dall'abiettezza di loro condizione, procurando loro un conforto ed anche tale stato, che in progresso di tempo se non onorato, fu molto ambito ed accarezzato. Che anzi, essa persino insinuò ne'petti de' gladiatori un più forte desiderio di libertà, e li spinse a domandare a quelle armi che maneggiavano sì bene, qualche altra cosa che non fosse l'approvazione de' crudi signori, il plauso della plebe, e il sorriso delle dame Romane. E sono pur belle quelle pagini che ricordano Spartaco e le lotte gigantesche, benché infelici, dei gladiatori. Forse trionfando avrebbero macchiata la loro vittoria con una barbara giustizia- e fu bene per la società Romana che soccombessero ne' loro sforzi titanici; ma il racconto delle loro geste sta tutto a loro gloria, e a gloria della scherma che le aveva procurate.
Ma quali furono codeste scuole de' gladiatori ? Diciamo prima qualche cosa della loro istituzione.
Ebbero esse origine dalle onoranze funebri; poiché anche i Romani, come già gli antichi Greci e molti altri popoli, sulla tomba degli illustri guerrieri con altre ceri-
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monie, soleano anche immolare ai loro Mani, o prigio- nieri presi in battaglia, od alcuni schiavi che avevano appartenuto agli estinti. Essi avevano presa questa costu- manza, con altri riti religiosi, dagli Etruschi, fra i quali era moltissimo diffusa; e noi ne troviamo già esempi durante la prima guerra Punica.
Leggiamo infatti che nell'anno 490 di Roma, sotto il Consolato d'Appio Claudio e di Fulvio, essendo morto un Giunio Bruto, discendente dal famoso Bruto, che ebbe parte alla cacciata dei Tarquini, furono da molte parti mandati a regalare alla famiglia schiavi e prigionieri, perchè servissero alla pompa dei funerali. Ma i figli Marco e Decimo, che forse non sentivano tutta la fie- rezza dell'antenato, parendo loro troppo crudel cosa il massacrare quelli infelici, e pur non volendo venir meno a' loro doveri verso l'estinto, credettero bellissimo espe- diente dividerli in coppie e farli combattere tra di loro. Quasi che l'uccidersi fra loro fosse cosa meno crudele, e più giustificata !
Fu nel foro Boario che quel fatto avvenne e piaciuta la cosa, si rinnovò, sicché da quel giorno i combatti- menti dei gladiatori si fecero sempre più frequenti, sem- pre più importanti. E non solo si ritennero in occasione di onoranze funebri; ma anche in altre circostanze e so- lennità; e persino senza alcun motivo speciale, per sem- plice divertimento. Né solo si ebbero pubblicamente nei circhi, negli anfiteatri, come giuochi pubblici ; ma anche presso privati nelle sale del triclinio; sicché non vi aveva ricco e potente che a convitati suoi non desse lo spet- tacolo di più coppie di gladiatori, i quali si trucidavano di santa ragione.
Il popolo da principio, quando ancora erano parte
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de' funebri, vi assisteva \x\ penula brtma, che era la veste del cordoglio; ma divenuti parte di giuochi pubblici, vi traeva in folla come ad una festa. Prediligeva lo spetta- colo de' gladiatori sovra ogni altro; sdegnava anzi gli altri come indegni del popolo guerriero e conquistatore del mondo, domandando sempre e solo, pane e giuo- chi: « Panem et circenses. »
Ma questo poco entra nel nostro studio : vediamo piut- tosto come alla scuola dei gladiatori avvantaggiasse e si perfezionasse la scherma.
Essa doveva necessariamente progredire, poiché aveva ormai la condizione più necessaria ad un' arte qualunque, perchè si svolga e fiorisca. Presentava cioè un' utilità pratica, aveva uno scopo determinato a cui mirare, un premio da conquistare. Lo scopo per il gladiatore era togliersi da una vita infelice e senza speranze, mostrarsi degnamente nei circhi, occupare di sé tutta una molti- tudine di spettatori, scuoterla, commuoverla con una tragedia reale e strapparne favore ed applausi; il pre- mio poi, o soccombendo uscir da tanti mali, o trionfando acquistare spesso la libertà, sempre una fama invidiata a quei tempi e non inferiore a quella per grandi imprese. Ben presto si capisce come il gladiatore dovesse porre ogni studio, ogni diligenza per progredire nella scherma, per conoscere tutte le vie più sicure a coprire sé stesso e a sbarazzarsi degli avversari.
E si ebbe veramente una scuola, anzi più scuole in molte città, e in esse i gladiatori erano mantenuti sia dal lanista sia a pubbliche spese con molte larghezze e lautamente, affinchè potessero avere vigorìa e robustezza, e meglio così addestrarsi nei segreti dell' arte.
Come si vede, si faceva -gran conto anche allora della
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forza muscolare e si riteneva necessaria, non solo perchè potesse il combattente resistere a lungo e durare in una pugna di molte ore; ma anche perchè i colpi fossero più sicuri, più precisi, e più spontanei.
Che cosa però avrebbe detto il lanista Romano, se avesse udito bellamente strombazzare, che la forza è tutta a danno del combattente, che fretta e forza sono nemici capitali della scherma, che colla forza si ritarda la velocità dei movimenti, (0 e si è tanto più valenti scher- midori, quanto più si è deboli? A simile osservazione avrebbe mostrato tutti i suoi discepoli, scelti fra più ro- busti prigionieri e destinati alle terribili lotte de' circhi, in tutta la vigorìa delle forze loro, con muscoli d' ac- ciaio ; e avrebbe relegato il nostro scrittore come mal pra- tico e poco intendente di scherma fra i rudes, a trattar la spada di legno, impugnandola « come un bastone. »
Anche nelle scuole dei gladiatori si doveva percorrere un lungo tirocinio, nel quale, come nelle nostre sale di scherma, si progrediva a poco a poco con un insegna- mento metodico; né era permesso ad alcuno di lottare pubblicamente neh' anfiteatro, se prima non si fosse di- mostrato idoneo e non ne avesse ottenuta 1' approva- zione. Perciò i novizi ascoltavano dictata et leges dei la- nisti e dei meglio esercitati, e venendo alla pratica, colla Spada di legno si esercitavano a lungo, ora armeggiando con colpi all'aria quasi per isnodar le membra, ora pro- vandosi contro un palo rivestito d' armatura, e spesso anche accoppiatisi, combattevano gli uni contro gli altri.
Compiuto il tirocinio, entravano nella classe degli spedati, e solo allora cominciava la loro vita di gla-
(1) Masaniello Parise, Trattalo della spada.
PARTE PRIMA
diatori, poiché allora il lanista, al quale faceano capo quelli che desideravano coppie di gladiatori, li destinava secondo il bisogno, ai vari anfiteatri delle città, e il loro nome appariva allora sulle liste fatali de' combattenti. L' arma principale, anzi l' unica per qualche tempo fu la spada, gladius, donde il loro nome di gladiatori, e quello di gladiatura dato agli esercizi dell' armeggiare. Ma la spada se prima fu larga e corta, si andò poi col tempo modificando e facendo più lunga. I Romani, dice Plinio, amarono sempre di introdurre ne' loro eserciti le armi de'nemici, quando fossero esperimentate migliori. Perciò dopo le guerre Puniche, sì per l' esercito, come per le scuole de 'gladiatori, adottarono anche le lame Spa- gnuole e Celtiberie [Polibio, vi, 23) che avevano i tagli di- ritti ed erano più lunghe e più gravi di quelle che sino a quel tempo avevano usato Greci e Romani [Florus, vii, 9). A ciò prestavasi anche maggiormente il ferro che si fa- ceva venire di Spagna, il quale era di gran lunga più duro e resistente di quello che si aveva in Italia. Vicino poi alle spade, gladius, con cui comunemente si designava uno spadone diritto, a due fili, per colpi di taglio e di piatto, quasi per contrapposto alle sciabole ricurve ed aguzze già usate da nazioni orientali e da particolari classi anche di persone Romane, si ebbero allora molte altre specie di spade e fra queste la spatha, portata da una gran parte dell'esercito, principalmente dai principes [Vegezio, 11, 15), larga, con punta ben acuminata, e lunga sì da arrivare da terra sino all'anca.
Per molto tempo adunque non ci fu tra gladiatori molta varietà di armi d' offesa, e pochissime pure furono quelle di difesa; per contrario il metodo de' loro esercizi divenne presto molto razionale, potendo essi impiegarvi
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moltissimo tempo. E per fermo, in quel principio di cose, erano rare le occasioni de' combattimenti, poche le ri- chieste di gladiatori, perchè negli animi de' più durava tuttavia una certa ritenutezza e quasi ripugnanza a quei giuochi troppo sanguinosi; pareva ancora troppo crudel cosa versar con tanta facilità sangue umano, fosse pure quello d' uno schiavo ; e almeno apparentemente biasi- mavasi il disprezzo per la vita, di cui davano spettacolo i gladiatori. La legge poi interprete del sentimento pub- blico, non permetteva ancora che i gladiatori prendes- sero parte alle feste della repubblica. Perciò l'educazione, 1' ammaestramento loro compivasi senza fretta, senza balzi, ma lentamente con ordine e metodo, quasi si fosse voluto vincere la ritrosìa e le preoccupazioni degli avver- sari coli' allettamento di tutte le risorse dell'arte.
Che poi verso la metà del secolo VII di Roma, la scherma gladiatoria avesse raggiunto un grado non co- mune di eccellenza, lo provano due fatti; il primo, che allora dalle scuole de' gladiatori si tolsero lanisti, che fu- rono posti nel campo ad addestrare i soldati dell'esercito ; l'altro, che anche cittadini liberi e nobili si unirono ai gladiatorie scesero essi pure a dar prove nell'anfiteatro, divenendo così la scherma un passatempo graditissimo ad ogni classe di persone. E ce n' è d' avanzo.
Lo spirito militare erasi allora così affievolito, così guasta la disciplina nell'esercito e venuto meno ogni sen- timento di onoratezza, che nella Spagna, nelle Gallie, in Africa, in Asia, le legioni Romane avevano subite ver- gognose disfatte ; e sotto Numanzia 60,000 legionari fuesfivano innanzi a soli 10,000 nemici, estenuati dalle privazioni e male armati. Allora, narra Valerio Massimo, (lib. n, e. 3) P. Rutilio, console nell'anno 649, per ristau-
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rare la disciplina e ricondurre la milizia Romana sulla via delle vittorie, fu iniziatore di un nuovo e più razionale modo di maneggiar Tarme. At inorimi tractandorum me- diiatio militìbus est tradita. E, cosa che non si era mai praticata prima di lui da nessun capitano, chiamati dalla scuola di C. Aurelio Scauro i più valenti schermidori, introdusse un metodo più regolare, più corretto di ferire e di parare colpi, vitandi atque inferendì ictus subtiliorem rationem legibus ingeneravit. Così, continua lo storico, seppe congiungere il valore coli' arte e l'arte col valore, affinchè questa con l'impeto di quello divenisse più ar- dita ed efficace, e quello seguendo le norme di questa, divenisse più cauto, più sicuro.
Né credo si possa con maggior chiarezza dimostrare, e il grado di perfezione al quale doveva esser giunta la scherma, e l'alto ufficio suo come parte dell'educazione militare. Dunque, prima d'allora gli eserciti Romani ave- vano bensì avuto valore ed audacia, ma ben poca arte, e le loro vittorie più che al loro merito militare, si do- vevano alle condizioni ancora inferiori de' nemici. Ecco però la causa delle sconfitte che quasi sempre subiscono i Romani al principio delle loro guerre. Ma la scherma, che giustamente è qui definita : vitandi atque inferendi ictus subtilis ratio, venne a moderare l'impeto inconsi- derato del coraggio, e colle sue norme, norme fisse, di arte vera, rese razionale il modo di trattare le armi, ar- morum tractandorum meditatio. Era un segnalato servizio prestato alla patria ed uno splendido trionfo dell' arte.
La scherma non toglieva più le sue norme e regole dall'esercito; ma quale maestra comunicava all'esercito i vantaggi delle sue norme particolari e de' suoi progressi.
E questo dovrebbe pur sempre avvenire nelle rela-
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zioni scambievoli della scherma coQfli ordinamenti mi- litari. Ma avviene anche presentemente quello che già avveniva a' tempi dei gladiatori.
Allora non fu fatta giustizia al merito della scuola gladiatoria. Gli storici quando parlano de'gladiatori usan parole di disprezzo. Essi non consideravano l'arte, ma le persone che 1' esercitavano • disprezzabili queste, di- sprezzabile la loro arte. I gladiatori erano ancora i vili schiavi, i vinti prigionieri di guerra; troppa la distanza fra essi e l'aristocrazia patrizia, perchè se ne occupasse la storia Romana, la quale, si può dire, è storia del patriziato.
Ai nostri giorni pure, se la scherma è chiamata a pre- star la sua opera nell'educazione militare, pare le si usi una grazia grande, e sia tutta una degnazione generosa di qualche potente, il quale per effetto di buon cuore, la toglie a proteggere e le concede un posticino. Lad- dove però non le si procurano serii vantaggi, le si ar- recano, almeno in Italia, danni veri -, e per ignoranza, giacche non vogliamo supporre malafede, la si invilisce, la si guasta. Si dice di volerla gloriosa e italiana, con una fisonomia sua propria, e le si negano i trionfi più belli, i veri progressi, che la potrebbero rendere invi- diata e utile. Sarebbe proprio il caso di ripetere quello che già disse Tomaso Moro, quando gli si annunziò che il re gli faceva la grazia della decapitazione : « Iddio salvi i miei amici da simili grazie. »
Se non si vuole proteggere la scherma, non se ne impediscano almeno i progressi; non la si uccida, mentre vuoisi far credere di favorirla. Ma di questo occorrerà parlare più diffusamente a suo luogo ; torniamo all' eser- cito Romano.
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Entrarono allora nell'esercito tutti gli esercizi che prima erano in uso solo nelle scuole gladiatorie ; e noi possiamo leggerli minutamente descritti nell' 'Epitome insti tu domini rei militar is di F. Renato Vegezio, principalmente nel primo libro, in cui parla dell'istruzione data ai soldati, e nel lib. n, e. 23.
Nel tempo medesimo che Rutilio Rufo introduceva nell' istruzione militare la scherma de' gladiatori, Caio Mario dava mano alla sua riforma più vasta, più radi- cale, militare insieme e politica.
Per la parte militare tolse le antiche divisioni de' le- gionari in veliti, astati, principi, triarii; divisioni rego- late dal censo, dall'armamento, dagli anni di servizio, e vi sostituì nuove ordinanze, più conformi ai meriti personali, più omogenee, e tutte armate egualmente. Invece dei manipoli si ebbero le coorti, e invece di quat- tro, una sola insegna, l'aquila d'argento.
Quale riforma politica ammise alla coscrizione, e ac- colse nelle file degli eserciti anche i proletari e gli schiavi, i quali tolto il caso di grave necessità ne erano stati sempre esclusi; si estese quindi a tutto 1' ordinamento civile che basava appunto sul censo. Prima di quel tempo, solo i cittadini possidenti potevano esercitare la milizia, la quale era un obbligo ed anche un privilegio, ed il primo dei diritti civili. Colla nuova riforma invece tutti poterono prestare il servizio militare, purché ne fossero atti ; ces- sava la milizia d'essere un privilegio e diveniva una pro- fessione. E ben presto proletari, liberti, stranieri forma- rono il nucleo principale degli eserciti \ perchè non avendo essi altre speranze, trovavano conveniente legarsi all'in- segna e al servizio militare, dal quale tutto potevano aspettarsi.
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Le conseguenze furono però gravi anche per l' arte della scherma. Perdendo il servizio militare osmi sua importanza civile, i patrizi, i nobili e la parte più agiata della cittadinanza sia per non trovarsi a' fianchi del ple- beo, sia perchè preferivano il vivere libero e agiato della città, al duro vivere e faticoso del campo colle legioni della Dacia e della Siria, se ne allontanavano sempre più, sino ad abbandonarlo interamente ai proletari, agli stranieri, ed anche ai barbari.
Ma non si spogliano d'un tratto costumanze invete- rate, né si muta tanto facilmente l' indole d' una nazione. Cresciuti sempre fra le armi, scelsero i Romani per diver- timento quello che più non poteva essere una doverosa occupazione ; e frequentando le scuole dei gladiatori, ascoltavano le lezioni dei rudiarii e si esercitavano nella tecnica venuta in onore con Rutilio Rufo. E crebbe sì facilmente il numero di questi dilettanti, che pochi anni dopo la riforma di Mario, G. Cesare prescriveva che all' insegnamento de' Gladiatori fossero assegnati nobili e cavalieri.
Se non che, un esercizio per puro divertimento, senza nessuna mostra, non poteva soddisfare una gioventù am- biziosa quale la Romana a' tempi di Cesare, quando le doti corporali erano preferite a quello dello spirito, e il cavalcare, come dice Sallustio, il far pompa di ric- chezze, il vestire sfarzosamente e il cibarsi con ricer- catezza erano stimati pregi e virtù. Ci volevano pure occasioni in cui mostrare la propria valentìa nel maneg- gio delle armi. Siccome però non si era mai avuto esem- pio di duelli tra cittadini, né si conosceva la riparazione dell' onore colla spada, e sola occasione per far valere l'arte della scherma era la lotta feroce e a morte dei
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gladiatori, così chiesero di unirsi ai gladiatori e di lottare con essi nell' anfiteatro.
Dlie classi quindi di gladiatori.
Gli uni erano obbligati per legge a quella professione, perchè prigionieri e condannati; gli altri erano volontari, e vi si dedicavano o tratti da brama di gloria, o per acquistar fortuna, mortesqiie et vulnera vendita pastu, o anche per disperazione di rovesci politici.
Dato una volta il cattivo esempio e aperta questa via all' attività della gioventù, fu una gara, una ressa per prendervi parte; lo studio della scherma divenne gran parte dell' educazione e la gloria delle vittorie nell' an- fiteatro un'ambizione di moda.
La storia ci dà rari esempi di fanatismo tanto ecces- sivo quanto quello che destarono i giuochi de' gladiatori in Roma.
Le leggi che proibivano e notavano d' infamia quei giuochi non erano state abrogate; ma più che le leggi, prevalse la moda, e furono lasciate lettera morta. Il prepotente bisogno di emozioni, 1' attrattiva del pericolo, la pompa solenne con cui erano celebrati, gli applausi irrefrenati della folla, la gloria invidiata di chi era vin- citore, tutto valeva a rendere que' giuochi importanti, desiderati.
Gli stessi magistrati non isdegnavano deporre la gra- vità dell' ufficio, e i senatori la nobile toga, per mostrarsi a' fianchi de' liberti e de' condannati, pur di ottenere il plauso della moltitudine e delle terribili dame. Che più? Macrino da gladiatore fu innalzato alla porpora impe- riale e Commodo trattasi la stessa porpora, che già di- sonorava co' suoi vizi, si umiliava nell'arena vestito da gladiatore. Si fece persino innalzare una statua coll'iscri-
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zione : « A Commado vincitore di mille gladiatori. » E Giovenale ci attesta che persino le giovani Romane si applicarono a quegli esercizi e circondando di arme le loro membra delicate impugnavano virilmente il ferro e armeggiavano non senza destrezza (Sat., v, vi, vii).
E veramente eravi di die affascinare e sedurre l'am- bizione principalmente della gioventù.
I gladiatori che non cadevano nella lotta e ne usci- vano vincitori, acquistavano immensa rinomanza. Poeti, pittori, scultori dedicavano ad essi le loro ispirazioni ; viventi divenivano l'idolo di ogni classe di persone, morti ottenevano magnifici mausolei e talvolta anche templi. Gladiatori orribilmente mutilati e deformati furono op-- getto di preferenze, di simpatie, e quasi anche di culto per parte di nobili donzelle, le quali per seguirli rifiuta- vano splendide nozze e abbandonavano la propria casa.
Scrive Dione Cassio che alcuni gladiatori furono pa- gati sino a 100,000 sesterzi (quasi quanto lo stipendio annuale di tutti i nostri maestri civili di scherma del- l'esercito italiano). L'imperatore Tiberio donò una tal somma a un gladiatore emerito e Nerone concedette ad alcuni Mirmilloni, vastissimi possedimenti. Celebre poi è il mausoleo fatto innalzare da Caracalla ad un gla- diatore di nome Batoni, da lui costretto a combattere contro tre competitori e caduto sotto i colpi dell'ultimo.
Ma e 1' arte della scherma?
L'arte in parte ci guadagnò, e in parte ne fu anche danneggiata. Si raffinò è vero, mediante un esercizio così continuo, e confortato da tanto favore; ma s'intro- dussero ben presto troppe variazioni nelle armi e nei giuochi, troppe particolarità estranee ai principi dell'arte, perchè questa potesse avere serii e stabili progressi.
2 8 PARTE PRIMA
Crebbe il numero delle scuole de' gladiatori, che in Roma, sotto Domiziano, furono quattro, ludiis magnus, Gallicus, Dacicus, Matutinus (quest' ultimo per venazioni). Crebbe la varietà delle lotte dalla qualità delle armi e dal me- todo diverso di combattere, e si ebbero i Mirmilloni, i Reziarii, gli Oplomachi, i Dimacheri, i Traci, i Sanniti, combattenti il mattino, combattenti dopo il mezzogiorno, combattenti in piena luce e anche dopo il tramonto, combattenti a piedi ed a cavallo, o anche su carri; nudi e armati di tutto punto; combattenti a coppie e a turme; e chi più n' ha più ne metta, perchè è impossibile deter- minare distintamente le molte specie di gladiatori. Si moltiplicarono i lanisti e gli insegnanti, e ve ne furono per ciascuna classe; si rese la pugna gladiatoria molto complessa, molto varia, attraente, spettacolosa, ma l'arte vera, l'arte che ha principii tanto più semplici quanto più si fa perfetta, non ci guadagnò molto.
Dobbiamo però confessare che un giudizio sicuro, ba- sato su documenti certi sul valore schermistico delle lotte gladiatorie, noi non lo possiamo dare. Le cognizioni che abbiamo di esse sono troppo scarse e spesso troppo contraddittorie, perchè si possa parlare della scienza schermistica de' gladiatori. Primieramente ci manca una descrizione accurata, minuta, completa di una mostra gla- diatoria; ma solo ci attacchiamo a notizie spigolate per così dire dagli storici e dai poeti, o a figure che troviamo espresse in qualche monumento, riproducenti qualche episodio, qualche momento di quelle terribili lotte. Anche Frontino, Vegezio, e gli altri autori che trattarono di cose militari, ci danno pochissime notizie de' gladiatori.
In secondo luogo, dal tempo in cui apparvero la prima volta sino all'anno 406, in cui furono da Onorio per-
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petuamente vietati, que' giuochi subirono moltissime mo- dificazioni, variarono secondo i gusti degli editori dei giuochi e più specialmente degli imperatori.
Vi sono poi nei giudizi, che di essi si danno, contrad- dizioni di tal natura, che non si possono accettare senza che ne rimanga offeso il sentimento schermistico, anche di chi solamente conosca i primi elementi della scherma.
Ma perchè meglio si comprenda il mio pensiero, vo glio qui esporre brevemente la descrizione che si suol fare della mostra orladiatoria.
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Le lotte dei gladiatori.
Lo spettacolo, sì quando era cosa tutta privata e ludo funebre (mtmiis), come quando divenne giuoco pubblico , ordinato da magistrato pubblico e a spese dello stato, si annunciava qualche tempo prima con avvisi (program- mata), che l'editor muneris aveva cura di diffondere e anche di fare affìggere ai pubblici edilìzi. Questi avvisi indicavano il giorno dello spettacolo, il numero delle coppie de' gladiatori, la loro specie, il nome del lanista a cui appartenevano, quello de' più valenti che vi pren- devano parte e infine se altri divertimenti lo accompa- gnavano.
La vigilia del giorno fissato, tutti i combattenti si rac- coglievano a geniale banchetto fccena libera) ove dai molti curiosi, padroni, dilettanti si offrivano loro splen- didi regali e donativi d'ogni genere, e scambievolmente si auguravano di ritrovarsi dopo al secondo festino (si- licemnim) che si teneva in onore dei caduti.
3<D PARTE PRIMA
Lo spettacolo aveva principio con una processione (pompa) di tutti i gladiatori che facevano il giro del- l' arena nelle varie loro foggie ; e quando vi assisteva l' imperatore, passando sotto la loggia imperiale alzavano il noto grido: « Ave, Cassar imperator, morituri te sa- lutant » Tenevano subito dietro finte prove ed esercizi con armi di legno o spuntate (arma lusorìa, donde la parola prolusione) e calmi, tranquilli si addestravano di- scorrendo, celiando, come se tutto il combattimento do- vesse sempre essere semplice parata.
In questo mentre e anche durante la vera lotta echeg- giavano concerti musicali, e gli spettatori pronosticavano sull'esito dei combattimenti parziali, prendendo favore per questi e per quelli. Quindi si presentavano d\Y editor le armi vere (arma decretoria) affinchè le esaminasse-, maestri e proposti dividevano e pareggiavano i gladia- tori, e dato il segnale aveva principio la fiera pugna.
A coppie, a gruppi, al tutto ignudi o coperti d'arma- ture, qua e là per l'arena, come si trovavano distribuiti si azzuffavano, si urtavano, si ferivano; e facendo mostra del loro valore e dell'arte loro davan luogo a mille epi- sodii e suscitavano applausi o scherni. Non regole ca- valleresche, non riguardi, non cortesie, non sentimenti di pietà, ma vincitori e vinti cercando piacere agli spet- tatori, studiavano la grazia de' movimenti, la leggiadrìa della posa: avrebbero preferito incontrare il ferro, piutto- sto che difendersi e parare contro le regole dell'eleganza.
L'arte perciò aveva perduto la sua prima legge sia della difesa come della offesa; cedendo il posto all'ac- cessorio, a ciò che è puro ornamento.
I reziarii quasi interamente ignudi, muovendosi con grande agilità cercavano di avviluppare l'avversario, di
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solito un secutor, colla rete (iaculum) e di ferirlo col tridente, (fascina, iridens) o col pugnale; fallendo il colpo, davasi alla fuga, perchè non aveva armatura, procu- rando di apprestar la rete ad un secondo colpo, prima che il secutor lo raggiungesse. E allora ritornando al- l'assalto, se aveva di fronte un Mirmillone, il quale por- tava sulla cresta dell' elmetto l' imagine di un pesce. « Non te, Galle, diceva, sed piscem peto. »
A piò fermo combattevano gli altri, armati più gra- vemente; i Galli, Mir milioni, Sanniti con grande scudo, i Traci (Thraces o Thrceces) collo scudo rotondo e pic- colo (panna) e spada ricurva (sica), secondo l' usanza della loro nazione; i Dimacheri con due spade, gli Oplo- inachi, (hoplomachi) uomini alti e robusti, chiusi intera- mente nell'armatura, che miravano a ferir di punta con spade lunghe a guisa di fioretto.
A questi si uniscano gli Essedarii che pugnavano su carri brittanici, gli Andabati (andabatce) a cavallo, con visiere chiuse, sicché poco o punto ci vedevano, i Veliti e i Provocatori, che iniziavano la lotta con lancie e gia- velotti, i Catervarii che combattevano a turme, i Meri- diani, che succedevano ai Bestiarii, i Suppositivi, che si riservavano contro i vincitori, in luogo de' caduti; e si avrà un'idea della varietà dei giuochi, della moltiplicità degli assalti, delle lotte, che presentava uno spettacolo di gladiatori.
Quando alcuno de' combattenti vinto e ferito, cadeva in potere del suo avversario, spettava all'editor muneris di decidere se si dovesse mantenere in vita, oppure uc- cidere, ciò che seguiva in un luogo detto spoliarium. Ma sino dagli ultimi tempi della repubblica si costumò rimetterne la decisione all'arbitrio del pubblico. Allora,
PARTE PRIMA
per cattivarsi la compassione degli spettatori il vinto piegava il ginocchio a terra e gettate le armi, alzava l'indice della mano sinistra.
Pare che il segno della grazia fosse dato agitando pezzuole, e il segno di morte verso pollice, stendendo il braccio e abbassando il pollice. Infatti Giovenale (Sat. 3, 36) dice:
Miniera mine edunt, et verso pollice valgi Queni libet occidiuit populariler.
Quando la grazia era rifiutata, il vincitore volgendosi al prosteso faceva udire quelle parole sinistre: « recipe ferrtim » ; e lo sciagurato cadeva.
La maggior parte però anche nel ricevere la morte non ismentivano l'onore della loro professione, non cam- biavan colore, non emettevano un lamento; anzi spesso si componevano, si rizzavano, e presentando il collo o il petto al ferro nemico, ricevevano il colpo mortale senza muoversi o tremare. Non mancava anche chi preso da disperazione, afferrava nuovamente le armi, e benché gravemente ferito contrastava a lungo la vittoria e ca- deva combattendo.
Grida di incoraggiamento, di gioia, da ogni parte dell'anfiteatro accompagnavano le varie fasi de' combat- timenti.
Chi si mostrava pauroso, renitente e anche solo incerto veniva spinto nella pugna con scudisci, bastoni, e anche con verghe arroventate. Immenso invece era il plauso che salutava qualche colpo ardito con cui alcuno spac- ciavasi del suo avversario. Il vincitore non era sempre egli stesso sicuro anche dopo una vittoria, poiché spesso lo si costringeva a misurarsi con un secondo, e anche
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con un terzo, e con un quarto nemico; e finiva tal- volta col soccombere.
Durante gli intervalli di riposo, si rimovevano i morti, pei quali erano pronte bare; si trasportavano allo spo- glìarìo per essere uccisi i feriti troppo gravemente e che non lasciavano speranza di guarigione; si toglieva la sabbia troppo intrisa di sangue e altra se ne span- deva pulita e talvolta colorata e mescolata con altre sostanze.
Riprendevasi quindi la lotta più fiera, più accanita di prima, dalla quale non si cessava se non o trascorsa l' ora determinata, o decise l' ultime sorti de' combatti- menti, o anche per dar luogo ad altri spettacoli annun- ciati dal programma, quali per esempio, le lotte colle fiere dei Venatores, dei Bestiarii, dei Succensores.
I superstiti allora ne uscivano in gran trionfo, applau- diti, premiati; si raccoglievano i feriti, perchè fossero curati; i morti si trasportavano a seppellire; l'arena era interamente sgombrata; e tutto finiva colla frase che dichiarava chiuso lo spettacolo. E ben presto non v' era più nessuno che lamentasse o piangesse i caduti, che non lasciavano eredità d' affetti ; nessuno che riscattasse i loro cadaveri; solo alla memoria de' più celebri si riz- zavano monumenti da qualche ricco privato, o dall' editor muueris, o dallo stesso imperatore.
Tutte codeste particolarità ed altre ancora i miei let- tori le possono leggere in tutti i libri che descrivono i costumi de' Romani. Se non che la maggior parte de- gli scrittori di cose antiche, quando parlano de' gladia- tori, pongono maggior cura ad accumular notizie, e a descriverle con lusso di belle frasi, che non a discu- terle, a vagliarle. Accettano ogni cosa, dan luogo a
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34 PARTE PRIMA
tutto, senza badare se vi sono contraddizioni nelle no- tizie che riferiscono, e senza sospettare una interpreta- zione diversa dalla loro. Non v'ha poi nessuno di essi che, pur trattandosi di una classe di persone solo de- dita all' armeggiare, si fermi a considerarne il valore, il merito schermistico; quasi non sia mai esistita una scienza delle armi. Oual meraviglia adunque se non si possono accettare tutti i loro giudizi, tanto poco sicuri, tanto precipitati, da chi conosce anche per poco la tecnica delle armi?
Ecco comunemente qual' è il giudizio che essi for- mano delle lotte de' gladiatori.
In codeste lotte l'arte schermistica non entrava per niente; il gladiatore badava più a ferire che non a difen- dersi, più ad armeggiare con grazia che non con valore, più a piacere che non a vincere. E d'altra parte i Romani spettatori dovevano poco capire di scherma ; più d' ogni altra cosa gustavano la carneficina, lo spaccio di molte coppie, applaudivano i colpi che cagionavano più pronta morte e l'intrepidezza di chi graziosamente si lasciava scannare. I gladiatori erano lautamente trattati con ab- bondanza di cibi, perchè ingrassati, il loro sangue scor- resse più lentamente e in maggior copia in sull'arena. Si voleva anche alludere alle vittorie sopra popoli ne- mici, donde i nomi di Galli, che furono poi i Mirmilloni, di Sanniti, di Traci, dati ad alcune classi di gladiatori e si sfogava su di essi l'odio eterno contro que' popoli, umiliando nell'arena chi ne portava il nome, presentan- doli male armati e rendendo difficile la loro vittoria, fa- cile e dispregiabile la morte.
« On armait mal le pauvre Gaulois miwullon, car il fallali montrer au peuple le Gaulois toujours vaili fu. »
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Così M. Dezobry (Rome au siede ci' Auguste) descrivendo i Mirmilloni alle prese coi Reziarii. Una dimostrazione insomma quale potrebbero fare i nostri ragazzi in tempo di guerra, bruciando nel mezzo della piazza l' effigie del generale nemico.
Adunque in quelle lotfe essi vedono poco o punta arte, molta carneficina, corruzione grande, barbarie, de- Q-radamento umano.
Ma se per poco si riflette sulle notizie che si hanno degli esercizi gladiatori e si tien calcolo di tutto, questo giudizio a me pare esagerato ed in parte erroneo; parmi cioè che anche con tanti usi accessori e dannosi, l'arte della scherma abbia avuto in quei giuochi un ampio svolgimento e sia stata gloriosamente rappresentata.
Comincio col fare osservare che non erano quasi mai in grande numero i gladiatori, principalmente dopoché una legge di Augusto determinò che non si potesse oltrepassare il numero di 120. Inoltre si introdussero ben presto i combattimenti colle fiere, le venationes, le naumachie, e altri spettacoli che costavano meno, per supplire alla scarsezza de' gladiatori che costavano enor- memente.
Molti poi sono gli argomenti che provano come i gladiatori studiassero di rendersi valenti, secondo prin- cipii stabili, e lunghi esercizi pratici.
A Pompei essendosi scoperta nel 1766 una scuola di gladiatori, si credette fosse una caserma militare, tanto la disposizione del locale, le armi che vi si rinvennero, i trofei, le iscrizioni, attestavano l'esercizio continuo del- l'armeggiare. Sarebbe stato inutile tutto codesto appa- rato se avessero i gladiatori dovuto imparare solamente a morire con intrepidezza e composti a leggiadrìa.
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E ugualmente certo che alcuni di essi s'addestravano al maneggio di molte armi e potevano far parte a di- verse classi di gladiatori, come lo provano questi versi di Marziale:
Hermes belligera superbus hasta;- Hermes (equoreo mi/terax tridente; Hermes casside languida ti/uendus.
ove Ermete appare quale velite e provocatore, quale reziario, e anche forse quale secutor. Mutavano quindi l' arme secondo l' avversario che prendevano a com- battere.
Che se i Mirmilloni erano leggermente armati quando avevano di fronte i reziarii, come lamenta il Dezobry, quando invece combattevano tra di loro, o contro Traci e Sanniti, eran gravemente armati. Né senza errore, si può dire che de' Mirmilloni si facesse poca stima, e si volesse vedere umiliata in essi la nazione Gallica, per- chè i Galli per lunga tradizione nazionale, erano valen- tissimi nella scherma, e in Roma furono sempre moltis- simo stimati e favoriti da molti Imperatori, anzi Commodo volle esser persino chiamato primus palus secutorum o dei Mirmilloni.
Badando alle solite descrizioni ad usum delphini, pare che un gran numero dovessero cadere, e ben pochi cam- pare. Noi invece sappiamo che e' erano veterani anche in questa gladiatura; c'erano gradi e distinzioni; e molti dopo alcuni anni di esercizii, divenivano rudiarii, cioè esenti da ogni obbligo dell'arena; i quali però per larghe retribuzioni si lasciavano anche indurre a ricomparirvi. Non era dunque un'ecatombe ed una generale carnefi- cina. Una volta discesi nell'arena, fossero essi obbligati per legge o volontarii, cadevano bensì in arbitrio dell' edi-
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tor, o meglio del popolo, che esercitava su di essi diritto di vita e di morte; ma non pare che di questo arbitrio siasi fatto abuso. Il popolo prendeva a quei giuochi gran parte, ma non già per il solo diletto di veder scorrere il sangue, sì bene perchè a lungo andare, dopo tanti se- coli in cui erano in favore, poteva anche giudicare del merito schermistico, secondo principii e norme determi- nate. E per fermo abbiamo anche esempi dai quali rile- viamo che quando i colpi non erano leali, egli strepitava, e pretendeva che si mutasse metodo.
Non si amava dunque solamente l'eleganza, la leggia- drìa de' movimenti, l'intrepidezza, il disprezzo della vita; ma anche la valentìa, la correttezza dell'arte e si voleva della scherma vera e buona. C'era crudeltà e anche effe- ratezza; ma, non si può negare, anche esempio di corag- gio e di fortezza.
La civiltà ispirata a sentimenti d'eguaglianza e fratel- lanza universale, doveva riprovare, condannare quei giuo- chi; ma la scienza della scherma li esalta e li studia con amore. Gli insegnamenti del Cristianesimo e le leggi della nuova società li abrogarono; ed è bene per l'uma- nità; ma noi, senza desiderare che si richiamino in vi- gore, noi ci volgiamo volontieri a quei tempi, a quegli infelici atleti legati a noi dai principii della medesima arte.
Sciaguratamente come di molte altre dottrine, di molti altri parti dell'umano ingegno, nulla ci fu lasciato scritto dell'arte de' gladiatori, e il tesoro di cognizioni pratiche che pure aveva dovuto accumulare l'esercizio continuo di molti secoli andò interamente perduto.
Ludi gladiatorii, lanisti, munera, armi e trofei, tutto al principio del secolo V.° scomparve. La società Romana aveva ben altro a fare che attendere a divertirsi. Era ve-
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mito il tempo della giustizia, e la sventura colpiva anche i vincitori. L'Italia era tutta un ampio anfiteatro, e lo spettacolo che in esso presentavano i fieri discendenti di Camillo, di Scipione, di Cesare era ben più miserando di quello che già avevano dato i gladiatori.
Il tempo edace fece il resto; ci distrusse gli stessi anfi- teatri, lasciandocene solo poche rovine; disperse o spezzò i monumenti di quelle lotti, solo conservandoci pochi tronchi, e qualche capolavoro; e dell'arte schermistica de' gladiatori ai posteri giunse solamente il grido, il ri- cordo di quelle lotte e il desiderio di imitarle, come si fece, spogliandole dell'efferatezza tutta pagana.
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II.0 L'arte della, scherma nel Medio Evo.
I barbari.
Ouando le mostre crladiatorie venivano abbandonate e cadevano in dimenticanza, anche l' impero Romano, codesto colosso meraviglioso, rovinava, si dissolveva e si trasformava.
Se ne accagionano i barbari, e si descrivono quei popoli che nella pienezza del loro vigore giovanile, fe- rocemente si affacciano sulle Alpi a contemplare le in- cantevoli bellezze del suolo d'Italia; e piena la mente dei racconti dei loro connazionali, che erano ai servigi del- l' impero, giù irrompono seguendo i loro capi alla con-
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quista dei tesori sognati; assalgono, devastano, distrug- gono: tutto va a soqquadro, e sopra cumuli di rovine ogni ordine sociale si tramuta. Nulla di vero.
Senza fermarci a considerare tutte le cause della de- cadenza e rovina dell' impero Romano, che sarebbe troppo difficil cosa, ed anche troppo estranea al nostro tema, panni si possa dire che, prima ancora delle do- minazioni straniere e che al giovane Augustolo fosse strappato lo scettro invilito, l' impero Romano aveva perduto ogni vigore e vitalità, i poteri non godevano nessuna autorità, nessun rispetto, e tutto lo stato si reg- geva con una coesione apparente. Somigliava a quei cadaveri che rimangono interi sinché non è turbata la quiete del sepolcro, ma che si dissolvono in cenere ap- pena sono tocchi dal soffio dell'aria, che è pur vita ai corpi animati.
Non fu la violenza esterna che distrusse il grande impero; ma, come ottimamente dice il Ricotti, la cor- ruzione interna, l' abuso, il logoramento di tutte le forze, di tutti i mezzi [Corso di storia d' Italia, lez. ix).
I due grandi elementi della politica esistenza di uno Stato sono:
la forza materiale — esercito, governo, finanze che ne costituiscono quasi il corpo;
e la forza morale che ne è l' anima vivificatrice, cioè il rispetto alle leggi, le virtù civili, la religione.
Ora la corruzione era già penetrata in tutti gli ordini della vita sociale.
L'esercito, sia per ignavia dei privati, sia per egoismo del principe, si componeva tutto di ausiliarii e di bar- bari. Anzi, una legge dell'imperatore Gallieno, vietava che la nobiltà e altresì i senatori esercitassero il mestiere
40 PARTE PRIMA
delle armi e persino che si avvicinassero all'esercito. (0 E la plebe, avvezza a vivere delle elemosine che le gettava chi aveva in suo nome rubato e tirannegfo-iava il mondo, abborriva sì fattamente dalle armi, che si troncava il dito, piuttosto che andare all'esercito; mu- tilazione così comune, che obbligò la legge a prescri- vere orride pene [Cod. Theod., 1. vii, tit. 13, leg. 5). Ma non bastò comporre gli eserciti dì gente barbari- che. La direzione medesima di codeste truppe, anzi il comando supremo degli eserciti stessi, anzi tutta l'am- ministrazione, anzi tutto lo Stato finì per passare nelle mani talor ladre, talor infide e sempre pericolose dei barbari. (Ricotti, 1. e, lez. ix).
Consci della propria forza, quei mercenarii ne abu- savano a prepotenza, a confusione; tutto esigevano e tutto ottenevano; si ponevano al di sopra di ogni legge, pretendevano privilegi e impunità per i delitti, creavano e disfacevano a loro posta imperadori e padroni.
Corrotto l'esercito, tutti i poteri necessariamente ne dovevano soffrire; il governo quindi invilito e senza au- torità, le istituzioni invecchiate, disciolte; non rispettate le proprietà, cresciute le differenze sociali, l'agricoltura trascurata, il commercio reso impossibile, poche le en- trate, esorbitanti le imposte, la miseria generale.
Rimaneva ben poco lavoro ai barbari per rovinare l' impero così corroso. E per vero esso non cadde per assalto esterno de' barbari invasori; ma per rivolta in- testina de' barbari pagati per servirlo.
Anche la scherma nel Medio Evo, in tanta esube-
(1) « Primus ipse, metu socordire sure, ne imperium ad optimos militile tran- sferretur, scuritimi militia vetuit: etiam adire exercitum.... » {Aurei. Victor, e. 33).
CENNI STORICI 41
ranza di vita guerriera, in tanto predominio della forza fisica, prestò opera utile ed importante ed ebbe parte cospicua nella storia civile dei popoli. Dovette però an- ch' essa acconciarsi alle varie condizioni di questo svol- gimento di cose, correrne le vicende, modificandosi, pro- gredendo con un incremento pigro e faticoso ; sinché anch'essa raccolse nella nuova età il suo frutto, potè riassumere il tesoro di tanta esperienza e divenir scienza con trattati scritti, con principii stabili e sicuri. Né le varie età del Medio Evo le fecero sempre fare un passo in- nanzi; anzi in pieno Medio Evo la scherma si trovò ri- stretta, inceppata entro quelle armature pesanti e tutte chiuse. Ma se non giovarono all'essenziale de' principii, tutte le portarono forme accessorie e gran parte di quel convenzionalismo gentile e cortese, che è pur l'orna- mento della nostra scherma.
Due sono i campi nei quali si esercitò, si svolse la scherma nel Medio Evo:
i.° nel campo militare, come parte della tecnica militare, ed entrò a formar le leggi della cavalleria;
2.0 nel campo giuridico e più precisamente nei duelli.
Come parte della tecnica militare, per il noto prin- cipio che la scherma, almeno quale la intendiamo noi presentemente, deve comunicare le sue norme all' inse- gnamento dell' esercito, non riceverle né essere schiava dell'esigenze tattiche, la scherma nel Medio Evo non fu gran cosa, non ci guadagnò gran fatto; anzi oso dire ci scapitasse.
Trovò invece buona occasione a progredire ne' duelli poiché in essi affatto libera e indipendente. Il duello fu nel Medio Evo, ed è anche nel Moderno, ciò che erano
_p PARTE PRIMA
stati i giuochi gladiatori negli ultimi secoli della Repub- blica e dell'impero di Roma, il campo più propizio a praticamente esaminare, riconoscere, determinare tutti i principii scientifici della scherma.
Ad alcuni parrà non accettabile questo mio giudizio, che chiuso cioè il periodo delle invasioni barbariche, assicurate le conquiste, affermate le nazionalità, nei se- coli insomma della cavalleria e dei tornei, la scherma non abbia progredito, e piuttosto scapitato; eppure è un fatto innegabile e facile ad essere provato.
Quale era la scherma dei barbari?
E inutile che io qui mi fermi a recitare la lunga enu- merazione dei popoli barbari, a distinguerne le origini, le sedi, le istituzioni, le costumanze. Quasi tutti i po- poli barbari per il nostro studio sono uguali.
Noi sappiamo che ogni cura ponevano nell'esercizio delle forze fisiche, non avevano stima che pel più forte e amavano la guerra ove il più forte dà prove di valore e si rende illustre. Nascevano per così dire sugli scudi e fra canzoni guerresche, sotto le tende mobili o nelle ca- panne aperte ai venti. La loro infanzia passava tra giuo- chi ginnastici e in esercizi atti a renderli forti e destri in battaglia.
A 13 a 14 anni i Franchi, poco più tardi i doti, i Longobardi ed altri popoli, ricevevano 0 cingevano le armi: divenivano uomini allora e sentivano di far parte della nazione. 1 barbari prendevano le armi quasi nel- l'età che i Romani si ponevano la toga; la lancia e lo scudo valeva per loro quanto la toga per la gente del foro.
Ina nuova vita si apriva innanzi alla gioventù ar- mata. Ecco come la descrive il Ricotti: « Nella soci manica, allato ai/a tribk, la cui indole e stabile, i cui
CKNNI STORICI
esercizi sono quelli dell' agricoltore e del proprietario, sia uri altra parte di nazione affatto diversa d'indole e di esercizi. Questa è la banda guerriera. I giovani più ar- denti si uniscono sotto un capo designato loro dalla na- scita, dal valore, dalle ricchezze, dalla forza fisica. Essi se lo eleggono, essi lo seguono in una carriera di guerra e di ventura, e gli so n compagni nei pericoli, nella preda e nei conviti. Mentre la tribù attende a lavori de campi, e delibera nelle assemblee, la banda guerriera si spinge sui paesi vicini, ne mena via roba e persone e non torna in patria se non per ripigliarvi lena ed altre intra- prese. » (1. e, lez. xv).
Sia però in queste scorrerie come nelle grosse bat- taglie a cui prendeva parte l'intera nazione, l'arte che dimostravano era ancora semplice, senza grande varietà di movimenti, senza neppure un metodo determinato. Era un'arte formatasi nella solitudine, passata in tradi- zione, appresa nelle foreste, lungo i fiumi, esercitatasi in assalti notturni o in lotte gigantesche.
Alle battaglie procedevano stretti in ordinanza, legati talvolta l'uno all'altro, animati dal grido e dall'esempio dei capi, e vi si gettavano con grande disprezzo della vita, risoluti di vincere o di morire.
Ciascuna nazione poi, ciascuna tribù aveva armi sue proprie, un modo particolare di stringersi in file, di schierarsi in campo, di portar lo scudo, di gettar l' arme, di raccogliersi, di assalire; ma l'arte era quasi in tutti la medesima.
Non era dunque gran cosa l'arte de' barbari nell'uso delle armi; ma 1' esercizio continuo, il coraggio indo- mito che li animava, avrebbe potuto sempre più mi- gliorarla.
44 PARTE PRIMA
Benché usassero l'arco, la lancia, l'ascia, l'arma loro più comune e prediletta era sempre la spada, talvolta lutila e laro^a.
Ammiano Marcellino scrive che gli Unni, i più barbari de' barbari, combattevano da vicino avendo la spada in una mano e nell'altra una corda che lanciavano contro il nemico, mentre era intento a parare i colpi.
Meglio addestrati i Longobardi, i Franchi, i Nor- manni maneggiavano la spada con molta agilità e con tecnica di movimenti. Era loro legge che un prode do- vesse attaccare un solo nemico, difendersi da due, non cedere a tre, e senz' onta fuggire soltanto innanzi a quattro. Il fuggire in battaglia pei Germani tutti, come nota Tacito, era cosa di somma infamia.
Avvezzi al duello, ai combattimenti singolari, molte volte affidavano al combattimento di pochi le sorti delle battaglie; molte volte le battaglie cessavano colla lotta dei capi tra di loro. Conoscevano anche un combatti- mento a primo sangue ne' duelli ; avevano spettacoli di finte battaglie e norme di reciproco rispetto, che tutti puntualmente osservavano. Anzi Amedeo Thierry (Hi- stoire d'Attila) nota che fra gli spettacoli con cui Attila festeggiò le sue nozze, vi furono finti combattimenti e si potrebbe anche dire veri tornei.
Insomma vediamo tra i popoli barbari nel periodo stesso delle invasioni, ottimi principii, benché elemen- tari, di vera scherma e i germi di quelle consuetudini che, modificate ed ingentilite, furono la base degli sta- tuti della cavalleria.
CENNI STORICI 45
La cavalleria.
I nuovi avvenimenti mutarono interamente l'indirizzo militare e ritardarono ogni progresso della scherma.
Signori delle terre conquistate, divisi in nazioni, con frontiere ben determinate e leggi proprie, i barbari in- tesero a spogliare la natia fierezza, a divenir più civili e cominciarono anche a vestire pesanti armature e a circondarsi di ferro.
I Romani infiacchiti e degeneri avevano giudicato so- verchio il peso delle armature difensive e le avevano lasciate, e al pilo e alla spada avevano sostituito strali ed arco. I barbari fecero il contrario : abbandonarono gli archi, si cinsero le spade e quindi indossarono co- razze e cimieri pesanti.
Gli Scandinavi subito dopo la conquista dell' Inghil- terra avevano di già un'armatura completa; i Franchi entrati in Gallia leggermente vestiti, sotto Carlo Mar- tello portavano corazze di ferro; lo stesso dicasi dei Longobardi in Italia, de' Sassoni e degli altri barbari nelle diverse parti d'Europa.
Carlo Magno colle sue continue guerre in Germania, nelle Spagne, in Italia, pose per sempre un argine al torrente barbarico e chiuse il periodo delle invasioni, e Carlo Magno è dal monaco di San Gallo descritto tutto chiuso in armatura pesante.
II nuovo genere dell'armi di difesa trasse seco di con- seguenza un nuovo ordinamento dell'esercito e una nuova tecnica schermistica.
Il nuovo ordinamento dell'esercito dava una incon-
46 PARTE PRIMA
testata prevalenza alla cavalleria sulla fanteria, princi- palmente quando si potè circondare di piastre anche il cavallo. Come per vero sostenere a piedi tutto quel peso delle armi di difesa, principalmente in guerre lun- ghe e lontane? E come poteva resistere all'urto della cavalleria vestita di ferro, l' infanteria poco o punto ve- stita a difesa?
Il cavallo fu indispensabile, e i cavalieri perciò forma- rono il nerbo degli eserciti. Essi portavano il peso delle guerre, le altre genti numerose, ma senza disciplina, erano di debole aiuto-, e solo servivano a spacciar gli sbandati, a distruggere i resti delle schiere già rotte dalla cavalleria. Siccome poi solo i nobili potevano procac- ciarsi uno o più cavalli, e sostenere le spese di una ar- matura tanto costosa, così il numero de' cavalieri non poteva esser molto grande e il popolo prestava solo un'opera qualunque nella milizia, un'opera secondaria, accessoria.
Ne nacque finalmente la necessità dello scudiero e di più scudieri, che avessero cura sia del cavallo, sia del- l' armatura del nobile, del signore e prestassero tutti quei servigi che erano richiesti da una armatura così piena di inconvenienti.
La tecnica schermistica si trovò ristretta a ben poca cosa a ben pochi colpi.
Che rimaneva infatti alla scherma coli' introduzione dell' armatura in ferro?
Ogni principio schermistico di difesa fu soppresso, poi- ché la difesa era interamente affidata all'armatura.
All'offesa rimanevano solo due cose:
o tentare le parti deboli dell' armatura, aprirsi una via a ferire tra le giunture delle diverse parti di essa;
CENNI STORICI 47
schiovare, come si diceva, l'armatura, mirando di prefe- renza alla visiera;
o calar pesanti fendenti con quanta forza si aveva nelle braccia, talora a due mani; e tentare di spezzare, di fendere ferro, e piastre, e di giungere così al corpo.
Ma anche questo piccolo campo lasciato all'offesa di- venne ben presto difficile e quasi impossibile.
Poco dopo il mille, i cavalieri seppero così bene con- giungere, riunire le parti dell' armatura, che quasi si resero invulnerabili; poiché né lancia, né spada, né pu- gnale poteva penetrare sino alla carne. Il P. Daniel (Histoire de la milice frangaise) scrive infatti che il conte Renaud de Dammartin rovesciato in battaglia da cavallo, non fu potuto uccidere perchè il pugnale non trovava via a ferire.
Si cercava perciò di uccidere il cavallo per gettar a terra e prender prigione il cavaliere ; poiché quando egli era ben fermo in arcione, tolto che per la visiera dell'elmo, era pressoché invulnerabile.
Poche erano anche le uccisioni, e le ferite più ordi- narie erano di contusioni cagionate da forti colpi, che lor facean rintronar la testa o scuotere l'armatura; solo raramente erano feriti sino a sangue. E perciò chi era più robusto a portar più pesanti armature e ad asse- stare o sostener meglio un colpo, quegli era spesso il vincitore ed un eroe.
I grandi principii della scherma furono adunque la forza delle braccia, e la solidità dell'armatura; e i meriti furono tutti, o de' muscoli, o della fabbrica delle armi.
E adunque tutta la poesia dell'età cavalleresca, i soavi ricordi delle leggende medioevali e tutto quel mondo popolato di paladini, pieno di sfide, di tornei; scintil-
48 PARTE PRIMA
lante di lance, di spade, di maglie, di scudi dipinti, di stemmi decorati; sorridente di colori, di emblemi; tanta devozione alla dama del proprio cuore, tanta sete di venture, tante prodezze, la lealtà, la cortesia, il valore dei cavalieri, tutto espresso nei versi :
Bon chevalier, n'en doutez pas Doit ferir haut et parler bas!
non avranno contribuito niente al progresso della scherma?
E che cosa devo io rispondere?
La poesia non è sempre storia; la poesia si pasce di immaginazioni, abbellisce, crea; la storia cerca solo il vero, fugge le amplificazioni e vuole i fatti come sono realmente accaduti. E io mi devo attenere alla storia non alla poesia. La colpa non è mia se i fatti provano che la scherma nel Medio Evo, ne' bei tempi della ca- valleria, fu ristretta a pochi, a ben pochi principii.
Del resto può benissimo stare questo giudizio anche colla poesia che circonda quell'età meravigliosa.
La cavalleria si può considerare come istituzione so- ciale e come istituzione militare; in relazione col vivere civile e in relazione colla tecnica militare. Da una parte abbiamo le leggi, le costumanze che determinano l'ele- zione dei cavalieri, le regole della loro condotta nella società, nelle sale dei castelli, i loro doveri coi potenti e coi deboli, coi signori e cogli oppressi; dall'altra le norme schermistiche che i cavalieri devono usare sia sui campi di battaglia, sia nei tornei e nei duelli. Sono due cose affatto distinte, una non ha nulla a vedere coli' altra; e vai la pena di parlarne.
Come istituzione sociale certo la cavalleria parve gran cosa, un gran passo nel vivere civile e nel perfeziona-
CENNI STORICI
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mento dell'umanità, dopo le agitazioni, le crudeltà, le spaventevoli miserie delle invasioni barbariche. Ci sono negli statuti della cavalleria idee generose, nobili pas- sioni e azioni magnanime.
Che s' intende per cavalleria e quale fu il suo scopo ?
La cavalleria, come cerimonia particolare con cui i giovani destinati alla professione militare ricevevano le prime armi, è già conosciuta ai tempi di Carlo Magno. Leggiamo invero che questo imperatore nel 791 a Ra- tisbonne cinse le armi al suo figlio Lodovico il Pio; e l'anno 838 a Kersy lo stesso Lodovico donò al figlio, Carlo il Calvo, le armi virili, cioè la spada.
Ma come dignità che concedeva il primo posto nel- l'ordine militare, che si conferiva con una specie di in- vestitura accompagnata da sacri riti e da un giuramento solenne, la cavalleria sorge soltanto dopo il mille.
A maggiormente costituirla e raffermarla concorsero le leggi del feudalismo e quelle della Chiesa, i legami dei vassalli coi loro signori e i sentimenti religiosi, le cerimonie ecclesiastiche e le formalità dell' omaggio. Fu quindi base dell'organismo sociale e tutta informò ed abbellì la vita pubblica e la privata, sui campi di bat- taglia e nelle sale dei castelli, sotto le mura di Geru- salemme, di S. Giovanni d'Acri e alle corti de' Re e de' Duchi.
L'influenza della cavalleria, a rendere più leggiadri i costumi e i sentimenti più miti, fu certamente grande. Basta guardare lo scopo che la cavalleria si prefiggeva.
Il primo fine è quello di usare la forza a bene, a prò cioè del debole e dell'oppresso, contro il prepo- tente e l' oppressore, in quei tempi appunto in cui la forza prevaleva e spesso, molto spesso, sovrastava al
4
50 PARTE PRIMA
diritto. Ecco come l' esprimevano le famose canzoni di quel tempo :
Vous qui voulez l'ordre chi chevalier,
Il vous convieni mener nouvelle vie;
Dévotement en oraison veiller,
Péclié fuir, orgueil, et villenie,
L' Eglise devez défendre,
Le veuve et aussi l'orphenin entreprendre ;
Etre hardi et le peuple honorer,
Frod' homs, loyaux, sans rien d'autrui prendre ;
Ainsi se doit chevalier gouverner.
Vi può essere fine più nobile e santo?
Accanto a questo, dobbiamo ricordare le virtù che la cavalleria prescriveva ; il sentimento vivissimo dell'onore, la coscienza della dignità individuale, la fede del giura- mento, l'amore alla donna sublimato dal più profondo ri- spetto, l'ammirazione al valore, la vergogna dell'azioni ignobili e tristi, la brama della gloria; e si potrà subito ca- pire quanto utile poteva essere l'istituzione della cavalleria.
Cavaliere non si diveniva allora così facilmente come forse ai giorni nostri: ci volevano meriti, bisognava es- ser degni di portarne neramente il titolo. Si richiedeva bensì la nobiltà del sangue, e tutti i nobili creavano ca- valieri i loro figli, appena toccavano l'età da portar la spada; ma anche i non nobili, purché liberi, potevano aspirarvi mercè prove di valore e imprese gloriose.
Due qualità principalmente dovevano ornare il cava- liere: il valore, la cortesia.
L'esser valenti e prodi è legge di tutti i cavalieri e di quelli che aspirano a divenire tali, paggi e scudieri; la taccia di codardo, di vile è l'offesa più temuta:
Mieux vorroit estre mors que coars apelcs. (z)
(i) Elie de Saint-Gilles, v. 724.
CENNI STORICI 5 I
A spiegare il proprio valore, oltre i campi di bat- taglia, vi avevano i tornei, le giostre, i duelli, i passi d'arme e mille altre occasioni. Movevano in cerca di avventure, a sollevar i deboli caduti in oppressione, a vendicare le offese, a difendere gli innocenti, a sbarattar le strade dai malandrini; così il nome de' prodi volava sulle bocche di tutti, le loro imprese erano celebrate nelle canzoni dei trovatori e nelle serventesi dei me- nestrelli.
Non bastava esser valenti, si doveva esser cortesi e pii.
Quando il- cavaliere riceveva l'investitura, il signore gli rivolgeva queste parole : « In nome di Dio, di S. Mi- ci tele, di S. Giorgio io ti creo dunque cavaliere; sia prode, ardito, leale. » I sentimenti religiosi e leggi particolari di cortesia regolavano tutte le loro azioni. Un'onda di dolcezza, di mansuetudine fluiva così in quei petti ardenti e rozzi. La cortesia temperava persino gli odii bellicosi; e come nei tornei si voleva rappresentare un quadro dei pericoli e delle fatiche delle battaglie, così nella battaglia si osservavano norme di cortesia e di gentilezza, che regnavano ne' tornei.
Il desiderio di piacere alla dama, di portarne degna- mente gli emblemi, i colori, era sprone a compir belle imprese, a conservar senza macchie ed onorato il pro- prio scudo. Vincere gli altri in valore, era provare che la propria dama superava tutte in bellezza e amabilità; e si riteneva che la più bella non potesse amare che il più prode dei cavalieri.
Ma la prodezza non poteva esser disgiunta da cortesia e da magnanimità. E prima d'entrare in lizza ne' grandi tornei, si doveva provare d'esserne degno; e gli araldi prima di dire che era libero il campo, esaminavano non
52 PARTE PRIMA
solo le prove di nobiltà, ma se portavasi senza onte lo scudo dipinto e i colori della casa e della dama.
Amore, cortesia, generosità, prodezza, aspirazione alla gloria, imprese magnanime, ecco la cavalleria come isti- tuzione sociale, almeno se stiamo ai racconti e alle poe- tiche descrizioni. È un mondo brillante di forme e di co- lori; e noi amiamo riportarci col pensiero a quei tempi, amiamo sentirci commuovere dalle mille ricordanze e dalle dolci memorie della cavalleria e troviamo mercè sua come compatire, come scusare le violenti passioni, le ire implacate, le lotte selvaggie, i delitti sanguinosi che pur travagliarono il Medio Evo.
/ tornei.
Come istituzione militare, o meglio riguardo alle leggi schermistiche, la cavalleria non ebbe, né poteva avere grande importanza.
Taccio della tecnica nelle vere e grosse battaglie.
Le battaglie d'allora erano, si può dire, un'assieme di mille particolari duelli. I meglio armati dei due eser- citi uscivano di fila, si scontravano fra loro, senza badare alla turba dei fantaccini, e gettata la lancia, davan di piglio alle spade, alle mazze ferrate e non posavano se non a cose finite. Combattevano confusamente, senza ordine, senza strategìa, fidando più nel valore che nella disciplina, più nell' eccellenza de' singoli combattenti che nel loro numero. Solo ai tempi di Carlo V si cominciò ad unire gli squadroni, a combattere con ordini serrati, a tener conto di tutti i vantaggi, a valersi di tutti i mezzi con norme di tattica.
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Lasciamo dunque le vere battaglie e fermiamoci a stu- diare le finte, gli esercizi cioè nei quali tanto spesso si af- faticava l'attività dei cavalieri e in cui dovevano attenersi a regole fisse, e far mostra di una scherma più corretta.
Non è però necessario che io qui faccia la lunga enumerazione di tutti i giuochi cavallereschi e poi mi trattenga a descrivere ciascuno di essi minutamente. Per il nostro studio, giostre, tornei, passi d' arme, gualdane, caroselli e tutti gli altri combattimenti, non differiscono gran fatto tra di loro. Solo dunque considererò le norme di uno di essi, de' tornei, sia perchè più solenni, più importanti, sia perchè più complessi, più variati.
Ed anche parlando dei soli tornei, non credo oppor- tuno trattenermi in lunghe descrizioni, e dire delle oc- casioni in cui si bandivano, delle cerimonie con cui si celebravano e chi vi poteva prender parte ; gli appa- rati, il seguito, i giudici, i campioni, pericoli e premii. Sarebbe mettersi in un ginepraio pieno di nomi, di date, di citazioni, da non uscirne così facilmente. Se vogliamo procurarci il gusto di conoscere tutte queste particola- rità, ci sono cento e più libri, scritti a bella posta, che ne trattano diffusamente, e anche con grazia di stile, in modo da unire l'utile al dolce.
A noi basta studiare le norme schermistiche de' tornei e solo dei veri tornei, de' tempi cioè in cui erano mag- giormente in fiore.
Alcuni per vero, dicono che i tornei, tomeamentum in latino, tornoiment nel vecchio francese, furono inven- tati in Francia e che il primo si sarebbe bandito nel 1 066 da Giuffredo signore di Preuilly; altri che il primo esem- pio occorre neh' 843 nelle feste tenutesi a Verdun, prima del trattato conchiuso tra Lotario, Luigi e Carlo il Calvo ;
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e non manca, come sempre, chi sostiene che veri tor- nei siansi celebrati in Italia da Teodorico, e si cono- scessero e praticassero anche prima dai Germani e da- gli Scandinavi.
Ma se già sotto i Carolingi se ne ha esempi, solo poco prima del mille i tornei furon banditi con appa- rato solenne, e solo dopo il mille si prescrisse un ce- rimoniale intero, una legislazione molto inviluppata che li governasse, con determinazioni anche sul numero dei colpi e sul modo di colpire. Ed è questo che a noi importa, perchè riguarda più da vicino il nostro studio.
Ne' tornei adunque si combatteva variamente, due a due, quattro a quattro, o drappello contro drappello, armati di tutte armi, o solo di armi prescritte, a ca- vallo ed a piedi (combattimento alla barriera).
Diceva che alcune volte era prefisso il numero dei colpi alla vittoria; così al torneo di Flem, si richiesero tre colpi di lancia:
Ja chevaliers n'i enterra,
Se par trois lances ne s'i met (r)
e nel torneo bandito a Chambery il primo di marzo dell'anno 1347 da Amedeo VI, i 12 cavalieri tenitori si dichiararono pronti a mantenere contro chicchessia il campo per tre giorni fino a sette colpi di lancia e sette di spada. Ma quasi sempre c'era più libertà; non si prescriveva il numero dei colpi, pur di balzar di sella ed atterrar l'avversario, o almeno fargli perdere la staffa, o slacciargli l' elmo.
Generalmente usavansi armi cortesi, lancie brocca te in
(1) Roman de Flem, t. i, pag. 37.
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punta d'un bottone di legno o di ferro, spade spuntate, smussate e senza filo, mazze ferrate ma poco pesanti e senza spuntoni e chiodi. Ma qualche volta combattevasi pure ad oltranza, a tutto transito, o in lotta all'ultimo sangue, con armi appuntate, spade pesanti e affilate.
Se non che allora, dice Le Gendre (Moeurs et cou- fumes des Fran fuis) il combattimento quasi mai era fra due soltanto, difficilmente si permetteva, e avveniva fra cavalieri di contrarie parti e di nazioni differenti. Le con- dizioni erano anche più specificate e rendevano più dif- ficile la vittoria; determinate cioè le armi da usarsi, i colpi da scambiarsi, le parti da ferirsi. Non si vinceva se non ferendo alla testa o al petto. « Qui frappali aux brus et uux cuisses, perdait ses armes et son chevul et était b lamé par les juges. »
Ma anche quando si combatteva ad armi cortesi, si dovevano osservare norme speciali, secondo le armi dif- ferenti che si dovevano usare.
Ed è appunto dietro queste norme prescritte ne' mol- tissimi tornei e giostre, di cui abbiamo la descrizione, che noi possiamo determinare i principii di scherma in fiore colla cavalleria.
Non si poteva mai adunque combattere fuori dell'or- dinanze; mai colpire il cavallo, benché anch'esso coperto di ferro e difeso da cervelliere articolate e da pettiere:
Senz' altro patto era vergogna e fallo
E biasmo eterno a chi feria il cavallo. (x)
ed era biasimo e vereooma combattere molti contro uno solo; continuare la pugna dopoché un cavaliere fosse
(1) Ariosto, Orlando Furioso, e. xxx.
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stato disarmato o gettato d'arcione, o avesse alzata la visiera dell'elmo, o si fosse dato vinto.
Secondo le armi poi, a quattro si possono ridurre i metodi di scherma; colla lancia, colla spada, colla scure (che conveniva anche alla mazza ferrata) e col bastone.
La lancia, sia scagliata di lontano, sia fermata alla resta della sella, della corazza, o tenuta sotto l' ascella per assalto, feriva solo di punta e solo mirava al petto, alla gorgiera, alla visiera. Era di cerro o di altro le- gname men duro, colla sola punta in ferro, perchè me- glio potesse rompersi e volare in pezzi, quando il colpo fosse stato ben diretto. La forza dunque e la buona mira costituivano un buon colpo di lancia.
La spada lunga, larga, poderosa sì da falsare le ar- mature, non feriva di punta, ma solo di taglio, con fendente, dall' alto in basso o manrovesci di lato.
Sans le bouter cì'estocq ou hachier.
E il campo offendibile era anche più ristretto del no- stro metodo di sciabola, perchè esclusi anche i colpi alle braccia, oltre agli arti inferiori. Talvolta gettato lo scudo dietro le spalle, si maneggiava uno spadone a due mani con colpi risoluti, pesanti, postergando così ogni mezzo, ogni metodo di difesa; la quale però era già molto trascurata, e pressoché nulla quando si giocava colla sola destra, sia perchè si era a cavallo, sia perchè troppo pesante il ferro per prestarsi a rapidi movimenti d'una difesa razionale.
Anche X accetta, la mazza ferrata e le altre armi di simil genere, richiedevano braccio vigoroso e fermo, colpo sicuro, ben assestato, e quindi lungo esercizio; ma
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poco, ben poco studio; la scherma nostra non ha nulla di comune con quella.
Il bastone, usato molto raramente ne' tornei, ma spesso nei duelli con villani quando lo sfidatore era nobile, pre- sentava bensì più largo campo ai movimenti schermi- stici, ma era sempre un bastone.
Quale varietà adunque di giuochi, quali vantaggi, quali progressi poteva trovare la scherma ne' tornei e negli altri giuochi cavallereschi?
In quegli esercizi e simulacri di combattimenti pote- vano bensì i cavalieri addestrarsi alle vere battaglie, av- vezzarsi ad esporre arditamente la vita e ad affrontare la morte; potevano i signori, imperatori, principi, duchi e baroni far pompa di loro magnificenza, di loro ric- chezze ; le dame esservi festeggiate, la loro bellezza so- stenuta a punta di lancia e proclamata in faccia al sole ; il popolo trovarvi grande pascolo a curiosità, svago, di- vertimento ; ma la scherma, la corretta scherma vi aveva poco vantaggio.
La troppa cortesia e le formalità l' avevano uccisa.
Che dico cortesia? Pare non fosse soverchia davvero la cortesia ove si consideri che continuamente vi acca- devano sciagure e guai, e spesso anche uccisioni. Benché cortesi quelle armi erano tali che maneggiate da quegli uomini forti, robusti, scendevano a fracassar le armi della difesa e qualche volta le membra che dentro eran chiuse.
Nel 1240 in un torneo a Nuis presso Colonia, vi perirono più di 60 persone ferite dalle armi cortesi, o peste dai cavalli. Nel 1223 cadeva morto a Corbie, Florent conte di Olanda, e nel 1274 il torneo di Cha- lons, a cui presero parte Inglesi e Borgognoni, si mutò in vera carneficina.
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Anche in Italia, come ne attesta il Muratori [An- tich. It., dis. 29) gli spettacoli cavallereschi, venuti in grande uso, principalmente dopo che Carlo d' Angiò passò dalla Provenza alla conquista del Reame di Na- poli, furono spesso sanguinosi e degenerarono in lotte da gladiatori. (Petrarca, leti, fam.)
Impossibile ricordare le gloriose ma infelici vittime de' tornei ; spesso guerrieri che erano sfuggiti al ferro de' Saraceni e ai pencoli della guerra lontana di Pale- stina, trovavano la morte in un simulacro di guerra, in uno spettacolo, per mano di un compagno d' armi. Basti qui ricordare che in un torneo bandito il io lu- glio 1559 ad armi appuntate e senza esclusione di colpi, fu mortalmente ferito lo stesso re Enrico II.
I casi di uccisioni erano così frequenti, che Papi e Re, decreti di Concili e statuti di Parlamenti proibi- rono più volte i tornei e le giostre con armi pericolose e non cortesi.
Se la scherma vi avesse potuto aver più largo campo, si sarebbero maggiormente sviluppati i principii della difesa, e que' giuochi avrebbero perduto gran parte del loro pericolo.
Ma lasciamo ornai quel periodo pur glorioso per le armi e per tante civili istituzioni, ma non per la scherma.
La cavalleria come tutte le altre istituzioni, ben presto si corruppe, invecchiò e decadde. Sotto quell' apparenza così attraente, così brillante, si nascondevano miserie reali e dolorose. E la cortesia, che ne era stato il più beli' ornamento, fu la prima ad esser trascurata.
Alla cavalleria tennero dietro le compagnie di ven- tura che riempirono di tanto lutto l'Italia; all'obbligo d'esser pio, credente, generoso, leale, si sostituì il di-
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sprezzo d' ogni cosa più santa, la licenza più sfrenata, atti di ferocia inaudita, scelleratezze senza esempio. Il duca Guarnieri capo di una di quelle masnade, ad in- cutere maggior terrore, portava sul petto in lettere di argento l' iscrizione : « Duca Guarnieri, signore della gran compagnia, nemico di Dio, di pietà e di miseri- cordia. > Facilmente si può capire il resto.
Non posso però tralasciare una considerazione che mi viene spontanea alla mente studiando il metodo scher- mistico de' tempi cavallereschi, o de' secoli di ferro.
Nell'applicazione della scherma all'istruzione militare che si fa a' nostri giorni, alcuni, e avremo presto oc- casione di conoscere chi siano, avversano il sistema di sciabola Redaelli e il metodo de' colpi di taglio, addu- cendo a ragione che i colpi di taglio non sempre ta- gliano nettamente e uccidono. Orbene, l'esercizio pratico di più secoli pare risponda trionfalmente a questa e ad altre simili obbiezioni. E per vero, se in tempi ne' quali si provvedeva alla difesa con armature saldissime, da spesso paralizzare il colpo calato colla maggior forza e violenza, furono preferiti i colpi di taglio, perchè se non affettavano, se non troncavano dove scendevano, però rintronavano, abbattevano, mettevan fuori di combatti- mento, spesso anche uccidendo; mi pare che in tempi di minor difesa, se le sciabole e gli squadroni non sono di ricotta, possano i fendenti pur giovare a qualcosa.
Potessero costoro provare che castigo di Dio sono certi colpi sul capo, o sugli omeri anche ad armi cortesi.
Ma proseguiamo il nostro cammino, che la lunga via ne sospigne.
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La scherma ed il duello.
Se il Medio Evo per il suo sistema della difesa affidata alle salde armature e della offesa ristretta dalle leggi ca- valleresche, direttamente poco o punto favorì i progressi della scherma, indirettamente le arrecò sommi vantaggi, procurandole nel duello un campo ubertoso a studio, ove potesse svolgersi, progredire, formulare i suoi principii ra- zionali, indipendentemente da qualunque tecnica militare.
Il duello è l'occasione più comune, più naturale in cui si esercita la scherma e in cui essa praticamente rico- nosce la bontà dei principii teorici che man mano viene scoprendo. Corse sempre strettissima relazione fra il duello e la scherma. Il duello affermando la necessità dello studio schermistico, lo mantenne sempre in vigore anche col mutare de' tempi e col succedersi delle ge- nerazioni; e la scherma governando colle sue leggi il duello, ne ha attenuato le funeste conseguenze.
Duello e scherma sono adunque due idee insepara- bili e l'una richiama l'altra. Nominando scherma e sala d' arme subito si corre col pensiero allo scontro per impegno d'onore; e viceversa non si sa concepire una sfida, senza ricordare le norme più corrette per 1' uso dell'arma che si è scelta. Tanto è ciò vero, che alcuni per- sino si Quardano dalla scherma e hanno in orrore ogni esercizio schermistico, solo perchè le loro convinzioni sono contrarie al duello : con quanta logica e verità lascio pensare a' miei lettori.
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Essendo però il duello così strettamente legato colle sorti, coi progressi della scherma, vale la pena che ci spendiamo qualche parola.
Riguardo alle sue origini storiche possiamo dire che quale oggi è, il duello era sconosciuto agli antichi.
I Romani ed i Greci ebbero lizze, monomachie, spet- tacoli, in cui gloria et virtutis cattsa, il soccombente moriva; ma non mai duelli per privata cagione. Temi- stocle ed Euribiade, Milone e Clodio, Cesare e Pompeo, Cicerone ed Antonio si offesero, si scambiarono insulti e anche peggio, ma nessuno di essi pensò sfidare l'av- versario. Tito Livio anzi racconta con istupore la costu- manza invalsa in una tribù della Spagna di battersi per cagione privata. E tutti gli esempi che fino dalla remota antichità ci furono lasciati di combattimenti a corpo a corpo, furono tra nemici, e solo per pubblica cagione.
II duello per privata cagione ci venne dal Nord coi barbari. Tacito e Velleio Patercolo ci attestano che solo coli' armi i Germani risolvevano le loro controversie, i quali anche si meravigliavano che fra i Romani ciò si facesse per via di giudizi. (Tacito, Costumi de Germani, e. 7 e io. Veli. Pai., lib. n, e. 117, 118). Frotone III, re di Danimarca, forse contemporaneo di Augusto, or- dinò che fra suoi popoli qualunque controversia si deci- desse col ferro, più specioso stimando contendere colla forza che colle parole. [Sassone Grammatico, lib. 5).
Col distendersi dei barbari e collo stabilirsi delle na- zionalità, la costumanza del duello si diffuse ed invalse sempre più, estendendosi dall' Allemagna alla Borgogna, poi alla Francia, all'Italia e ad altri paesi, con favore sempre crescente, perchè parte del sistema giudiziario è collegato coi giudizi di Dio.
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Montesquieu lo suppone introdotto per ovviare agli abusi del giuramento; Portalis da un sentimento esa- gerato della dignità dell' uomo, ma più probabilmente perchè mancò sempre una legislazione che provvedesse ai casi di certe ingiurie.
Siccome spesso non si poteano avere sufficienti prove giuridiche, o presentavano esse difficoltà, complicazioni, così quei popoli che non amavano sottigliezze, sosti- tuivano alle prove giuridiche il giuramento, e quando il giuramento non bastava, ricorrevano al giudizio di Dio. Si riteneva che Dio giusto e santo, invocato e chia- mato in testimonio, non potesse permettere che la fal- sità trionfasse sul vero; ma che mediante una prova proteggesse l'innocenza e facesse sfolgorare la giustizia.
Il giudizio di Dio fu di due specie
Trattandosi di servi, l'accusato esponevasi a cammi- nare su vomeri ardenti, a tuffar il braccio nudo entro una caldaia d'acqua bollente, a portar una croce pe- santissima, e ad altre simili prove. Uscivane egli illeso? Veniva assolto. Ne rimaneva offeso? Oltre il danno della prova, subiva la condanna corrispondente all'accusa.
Per i liberi, per gli arimanni era altra la prova. Ac- cusato e accusatore scendevano in un campo cinto di steccato, e armati combattevano. Da una parte stavano i giudici, dall' altra gli araldi ; attorno stava il popolo affollato, allato i padrini. Al vinto veniva attribuito tutto il torto; sicché non solo perdeva la lite, come conten- dente, ma la mano destra come spergiuratore.
Due specie di duello adunque. Uno d'onore fra offeso e offensore, in cui i tribunali non c'entravano per niente, che senza preparativi si compieva in un luogo qualunque, ta- lora senza testimoni fuorché gli scudieri dei due campioni.
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L'altro ordinato dai tribunali, quando le testimonianze e le prove non erano sufficienti a far scoprire la verità; e usavasi sia in cause civili, sia in cause criminali, talvolta persino in cause religiose e in cause razionali. (Ordinamento di Ott. n, anno 968).
Frequentissimi erano adunque i casi del duello; ed ecco quali norme lo governavano.
Il signore o il tribunale fissavano il giorno del com- battimento, preparavano il campo chiuso, fornivano le armi scelte. Se i due contendenti erano gentiluomini, essi combattevano o a piedi, con la spada soltanto e lo scudo, o a cavallo armati di tutto punto e anche colla lancia. Se invece erano servi, con bastone e scudo.
Se un gentiluomo provocava un servo doveva com- battere coli' armi del servo ; se invece era egli lo sfidato dal servo, poteva combattere coli' armi sue, a cavallo e completamente armato.
Erano i litiganti stessi, gli stessi avversari che ve- nivano alle mani; però per le donne, pei vecchi, pei fanciulli ed anche per gli ecclesiastici, scendevano in campo, a sostenere le parti, i così detti campioni, chia- mati avvocati d'arme. In seguito si ammisero anche cam- pioni pei deboli e pusillanimi come ne porge esempio il Muratori (Antiq. med. aevì, disert. 39).
Se uno dei duellanti non interveniva, dopo essere stato chiamato tre volte, l'altro entrava egualmente nel campo e dati parecchi colpi all'aria, il giudice lo assol- veva, condannando il contumace. (Struvius, Historia iuris criminalis, § 6).
Sia ne' duelli d'onore e di sfida, come per le giostre e tornei, si doveva solamente mirare al busto e alla testa, non mai ferire le braccia e gli arti inferiori. Il
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vincitore, poiché aveva ferito e atterrato il suo avver- sario, gli poneva un ginocchio sul petto e levando il pugnale detto della misericordia, se il vinto non si ar- rendeva, glie lo conficcava in corpo, e così lo finiva.
Nel suo storico svolgimento, il duello subisce molte modificazioni e percorre tre distinti periodi.
Nel primo periodo fa parte del sistema giudiziario; è riconosciuto dalle leggi civili, confortato da cerimonie religiose, praticato da tutti i popoli. Il re Gondebaldo l'avrebbe introdotto pel primo fra Borgognoni, con una sua legge del 566 (loi Gambette); e dalla legge dei Bor- gognoni sarebbe passato nella Danese, nella Francese, nella Longobarda e in altre. Si riconosceva bensì l'im- perfezione di questa prova del duello, ma non sapendosi altrimenti provvedere, si sceglieva come il minor male.
Ecco in proposito le parole di un editto di Liutprando riguardo al duello: « Non teniamo certezza del giudizio di Dio ed abbiamo udito aver molti allo esperimento della pugna perduto senza giusto motivo la loro causa, ma non possiamo abolire coiai legge, perchè tale è la con- suetudine della nostra nazione Longobardica. » (Mura- tori, Ed. Lmtp., lib. vi, e. 65). E Carlo Troya racconta che nel 971 persino alcuni vescovi permisero la prova poco sicura del duello, a fine di decidere della proprietà di alcune terre poste sul lago di Garda.
Solo col progredire della civiltà, col diffondersi dello studio delle leggi e del diritto, principalmente dopo isti- tuite le Università, le prove del giudizio di Dio furono prima meno frequenti, poi interamente espunte dal si- stema giudiziario.
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Ma ciò non si ottenne né così facilmente, né così presto. Il Giulini ci attesta che negli Statuti con cui si reggeva la città di Milano nel 1216, ancora conser- vavasi l' usanza del duello legale. [Memorie della citta di Milano, lib. 49). L'imperatore Federigo II nel 1 23 1 nelle sue Costituzioni pe' domini di Napoli e di Sicilia li- mitò i casi del duello legale, ma non lo tolse. (Giannone, Si, Civ.y lib. v, e. 5 e lib. xvi, e. 8). Ed esempi di duelli legali occorrono anche più tardi; a Benevento nel 1490; in Francia nel 1574; in Inghilterra nel 1 5 7 1 , nel 1630 e anche, cosa incredibile ma vera, nel 181 7, poiché solo nel 1819 veniva abolito dal Parlamento inglese. (Fougeroux de Campigneulles, Storia dei duelli, cap. 32).
Il duello nel secondo periodo scompare come metodo di prova nei tribunali mercè la voce della religione e della civiltà; ma si mantiene, se non permesso almeno tollerato, come mezzo a troncar private querele. Vi fu persino una scuola che lo disse legittimo secondo la causa che gli dava luogo. Per tacer d'altri, il Ferretto nel suo trattato De Duellis, sostiene che fosse lecito pro- vare col duello la pertinenza di uno stemma gentilizio; ed il Salder nella sua opera sul duello, lo dice anche legittimo, date certe condizioni, che egli enumera, come nel caso di uno stato male governato in cui sia negata la giustizia.
Filippo il Bello con decreto del 1296 vietò le querele private e i combattimenti giudiziarii finché durava la gzierre du roi. Un altro editto del 1303 abolì la sfida in materia civile e restrinse a quattro i casi criminali in cui era concesso il duello. C era sempre adunque un' apertura, uno spiraglio e sempre si trovava modo d'allargare l'applicazione dei quattro casi.
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Il carattere speciale che rivestì il duello nel suo se- condo periodo storico, si è quello di continuare, sotto forma più mite, più ristretta e meno durevole, l'usanza della guerra privata, il diritto della faida, della ven- detta, delle rappresaglie che tanto turbarono e riem- pirono di guai Francia ed Italia dal secolo X al se- colo XIII. (Muratori, Ant. ItaL, dis. 55).
« La giierre privée — scrive Cauchy (Du Duel con- sideri dans ses origines) - a survéai a l'état social qui l'avait vite naìtre, et changeant, nouveau Protée, de forme et de figure, elle a penetri, sous le nom de duel jusq'au sein de la civilisation la plus avancée qui flit jamais. »
E siccome le vendette, le rappresaglie, la guerra privata prima avevano luogo fra potenti e nobili, i quali univano a' danni del nemico anche i loro dipen- denti, (Murat., 1. e, dis. 23) così quando il duello rac- colse, per così dire, l'eredità e la continuazione di quella giustizia privata, fu limitato a' soli nobili e gentiluomini. « Autre qtte gentilhomme ne peut guerroyer » dice Beaum- manoir. « / nobili, dice G. B. Possavini, che fanno pro- fessione di armi, non possono per le ingiurie ricevute, ricorrere a magistrati, perciocché l' ' ingi?iriatore ha voltilo far prova del suo valore con quello del nobile; onde il nobile deve rispondergli col valor proprio e non colle leggi. » (Lib. v).
Ecco pertanto la differenza tra il duello del primo e del secondo periodo.
Nel duello giudiziario, tutti, villani e cavalieri, liberi e servi, borghesi e nobili, potevano scendere in campo chiuso ; nel duello invece per offesa privata e per ragione d'onore, solo i nobili, i gentiluomini si cimentano; solo essi suscitano occasioni a duelli. Fieramente gelosi del-
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l'onore, tenaci dei privilegi, educati a puntaglie, orgo- gliosi di indipendenza e intolleranti di freno, essi col duello cercavano emanciparsi dai legami della legge, dalle noie de' tribunali, volevano riconoscersi superiori ao-li altri cittadini ed eludere molte volte la eiustizia.
Prima adunque ricorrevasi al duello per provare in tribunale, ora per sottrarsi ad esso; prima per qualunque causa civile e criminale, ora solo per le offese all'onore; prima obbligatorio a tutti, ora quasi privilegio de' nobili; prima le condizioni, le armi, il luogo, il tempo tutto era determinato dal signore o dal tribunale, ora nuove co- stumanze regolano il duello, l'uso di gettare il guanto, i cartelli di sfida e altre formalità che la legge non riconosceva, ma che per reciproca convenzione avevano vigore di legge. Le corti d'onore che si crearono nel secolo XVII ci si mostrano in germe già sotto Luigi XII e Francesco I. ,
Ecco come si esprime il Muzio, scrittore accuratis- simo: « Gli abbattimenti non sono altro che i giudizi cri- minali fatti per via cavalleresca. In essi l 'attore e l' ac- cusatore; i cartelli delle disfide sono le accuse; le patenti dei campi sono i bandi p e' quali altri e chiamato a comparire ; il signore del campo e il giudice; lo steccato e il tribu- nale; e le armi sono la tortura. » (Lib. n, Risposta 9). « // signore del campo e quegli che concede alle parti di potere condursi in luogo di sua giuris dizione, a termi- nare la loro querela. » (Attendolo, lib. 111, e. 1). « / si- gnori, i quali danno campo, sono essi guidici delle que- rele in questo modo, che a loro si appartiene di conoscere principalmente se elle meritano definizioni di armi 0 no. » (Muzio, lib. 11, e. 6). « Hanno essi da usare ogni studio di non dar campo se le querele non meritano battaglia;
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ed in quelle che meritano definizione di armi, poiché i cavalieri sotto la loro giurisdizione sono ridotti, debbono con ogni studio faticarsi per vedere se potessero in con- cordia dar loro fine; che questo veramente onorevole uf- ficio è da cavaliere generoso e da principe virtuoso » (Muzio, lib. ii, e. 15).
Se il parlamento, se il re, se l'imperatore approva- vano la causa del litigio e permettevano il duello, esso aveva luogo solennemente, con grandi apparecchi, alla presenza della corte, della nobiltà, de' giudici del campo e del popolo tutto. Ma se il consenso veniva negato, non lasciavasi per questo dal duellare, e solo osserva- vansi le formalità prescritte nel duello privato.
Esempi di duelli per causa privata e per ragione di onore, autorizzati da re o da magistrati supremi, occor- rono in tutte le storie, principalmente di Francia-, per cui i pubblicisti dei secoli XVII e XVIII annoverarono fra i peccati dei principi la tolleranza di tale disordine sociale. (Fristichio, Disertatio de Principe peccante).
Ma le conseguenze funeste de' duelli, delle quali chi li approvava e tollerava rendevasi complice, e più le insi- stenti voci della Chiesa Romana, indussero regnanti e parlamenti, assemblee e governi a far opera perchè fosse sradicato e cessasse; e perciò lo proibirono per qua- lunque motivo e con leggi minatorie.
L' ultimo esempio in Italia di duello autorizzato e spettacoloso forse è quello che nel 12 marzo 1529 fu combattuto sotto le mura di Firenze assediata, e con tutte le cerimonie cavalleresche tra Lodovico Martello e Giovanni Bandino (Varchi, Storia Fiorentina, lib. 11). In Francia fu certo quello che avvenne nel 1547 tra Guy de Chabot, figlio del signore di Jarnac, e Francesco de
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La Chàtaigneraye. Enrico II, che cedendo alle istanze dei due signori l'aveva permesso, giurò sul cadavere di La Chàtaigneraye, da lui teneramente amato, che mai più non si sarebbero autorizzati duelli nel suo regno.
Sia però durante i secoli del duello giudiziario, sia du- rante il periodo del duello tollerato per privata cagione, il metodo schermistico in essi praticato, fu quasi sempre quale già studiammo nelle giostre e nei tornei; non vale quindi la pena di spendervi altre parole.
Non così del duello nel suo terzo svolgimento sto- rico, durante cioè il periodo in cui è combattuto dalle legislazioni dei diversi popoli, condannato e punito. An- che la scherma subì allora radicali modificazioni, assunse forme più razionali, che le procurarono rapidi e sicuri progressi, e potè meglio influire anche sulle discipline del duello. Parleremo di questa terza manifestazione del duello quando avremo già dato cenno del nuovo indi- rizzo, della nuova fase, dei nuovi principii che gover- narono e resero illustre la scherma dal secolo XVI sino a noi.
IV.0 La seller ma nell'Evo moderno.
Per la scherma l'età moderna o nostra, ha principio non già colla scoperta dell'America ; ma bensì coli' in- venzione della polvere e delle armi da fuoco.
Fu una modificazione radicale di tutto il sistema mi- litare. Si dovettero deporre le corazze, gli scudi, e le
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altre armature in ferro, che non potevano resistere alle palle dei falconetti e degli archibusi, e in fretta e in furia alleggerire il vestito per esser più spediti ai mo- vimenti.
La cavalleria medioevale perdette ogni sua impor- tanza e cedette il posto all' infanteria stretta in batta- glioni e all'artiglierie, che usate prima contro le mura, furon ben presto rivolte anche contro le schiere. Le giostre e i tornei si fecero sempre più rari, divennero reminiscenze, evocazioni storiche a puro divertimento. Elmi, scudi, schiniere, corazze, picche, alabarde, ron- che, spiedi, azze e le altre armi simili furono collocate in buon ordine e abbandonate ai Musei, o lasciate per mostra a qualche corpo speciale di soldati. A poco a poco anche i tetri castelli e le torri merlate coperte di musco , cominciarono a cadere in rovine e a sparire dando luogo ad opifici e a manifatturie ; il Medio Evo fu chiuso e s'aprì invece l'età nuova la quale doveva portare a maturità i semi che da lungo tempo erano stati piantati.
Armi nuove, tattica nuova; e la scherma?
La scherma parve cadere da un guajo in altro peggiore. Se prima poco valevano norme razionali di scherma contro le salde difese e coli' offesa quasi inte- ramente lasciata alla vigorìa del braccio e al peso del- l' arma, ora coli' armi da fuoco valevano ancor meno, quasi niente. Il merito personale era quasi distrutto dal caso, il valore mutavasi in coraggio, la scienza scher- mistica poteva esser vinta dall' inesperienza
Quando poi nel secolo XVII fu a Bajona inventata la baionetta, la scherma dell' infanteria divenne quasi stazionaria, ristretta a pochi movimenti, più meccanici
CENNI STORICI 7 I
che razionali. La spada, che è l' arme a cui la scherma consacra i suoi primi studi e di cui maggiormente s'in- teressa, fu lasciata al fianco del soldato perchè e' era
prima e dava noia a nessuno.
Avrebbe potuto trovare modo a svolgersi nella ca- valleria, poiché obbligata essa a combattere corpo a corpo nelle cariche pesanti, col lungo spadone in pugno, poteva ispirarsi a norme schermistiche più varie, più razionali. Ma anche la cavalleria dal secolo XVI al prin- cipio del nostro, fu per la parte schermistica molto si- mile alla medioevale. Raramente impiegata in grosse battaglie, tenne sempre il metodo dei grandi colpi ca- lati a tutta forza, e poco, ben poco si giovò degli studi teorici che intanto si venivano compiendo.
Due cose però furono di salute alla scherma, e som-, inamente influirono perchè, anche nelle tristi condizioni in cui versava la tecnica militare, potesse correre con gloria la nuova via in cui era spinta per il cambiamento delle armi:
i.° Le scuole che allora sorsero,, e i trattati che colla scoperta della stampa si poterono stendere e dif- fondere;
2.° Il duello che nel suo terzo periodo storico, ben- ché condannato dalle leggi, pure si mantenne in vigore, praticato con accanimento quale mai per l' innanzi, e che fu interamente governato da leggi schermistiche.
Là ne fu favorita la teoria, qui la pratica. Nelle scuole e nei trattati, la scherma fermava i suoi principii, li di- scuteva, li coordinava, diveniva scienza; ne' duelli espe-
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rimeritava e confermava la bontà di que'principii, con- fortata a nuovi studi e a maggiore perfezionamento. I nuovi metodi non si perdevano come prima, non scomparivano colla morte di chi li aveva escogitati, ma rimanevano e sempre più accrescevano il tesoro di co- gnizioni e di esperienze che coli' età si veniva racco- gliendo.
Quando noi, dal punto a cui oggi siamo pervenuti coi nostri studi, fieri di tanti trionfi, colla coscienza di grande superiorità su tempi passati, ci facciamo a riguardare indietro, a misurare i passi che si sono fatti, le altezze superate; di là, dal secolo XVI noi prendiamo le mosse, da quei primi trattati i quali successivamente uscendo apportavano nuove norme, ognuna delle quali alla sua volta era segnata e confortata da trionfi ottenuti in qualche fatto d'arme, in qualche duello.
Ed ecco il campo che ci rimane da percorrere in que- sta nostra rivista storica della scherma Cominciamo dai trattati.
Non credano però i miei lettori che io voglia pro- curar loro l' incomodo di seguirmi su e giù per i di- versi paesi, fiutando, scovando, studiando tutto quello che è stato scritto sulla scherma. Non ci vorrebbe al- tro per farli cascar morti dalla noia! Basti dire che la mole è così considerevole che il signor Vigeant, che si è presa la paziente briga di occuparsene, e anche di contar le opere principali pubblicate sinora, ne ha tirata questa somma: in Francia 64; in Germania 44; in Spa- gna 2 1 ; in Inghilterra 2 1 ; nel Belgio 5 ; nell'Austria 4 ; nella Scozia 4 ; nella Svizzera 2 ; nell' Irlanda 1 ; nella Russia i; nell'Olanda i; nella Svezia 1, assegnandone all' Italia ben più di 80.
CENNI STORICI 73
Ora, presentare una rassegna di queste opere co' nomi degli scrittori, co' titoli di esse, col loro ordine cronolo- gico, colla città ove furono stampate e le edizioni che si son fatte, senz' aggiungere altro, mi pare una can- zonatura, od uno sfoggio d'erudizione inutile. Riferirle col proposito di darne un giudizio sul merito, non è cosa né facile, né tanto breve. Rimane adunque una via di mezzo e uscire pel rotto della cuffia col solo far cenno dei trattati principali, di quelli cioè che maggior- mente giovarono ai progressi della scherma.
E questa è la via che ora terrò, ma colla maggiore brevità che mi sarà concessa, sia per non istancare, sia per altra ragione speciale che subito accenno. Sia detto fra noi; ma conto, se Dio mi dà vita, se mi regge la buona volontà che ora ho tutta, e se nessun bastone mi sarà gettato fra le gambe, conto di fare un lavoro in proposito con tutta ponderazione e coscienza. Aspet- tiamo quindi che venga quel tempo, e intanto accon- tentiamoci di brevi cenni sui trattati principali.
— »s$«<-.-
/ trattati di scherma.
È opinione di molti che alla Spagna spetti il vanto di avere costituito a sistema la scherma e che dagli Spagnuoli siasi introdotta in Italia insieme colla loro dominazione. Le ragioni che confortano codesta opi- nione si fondano: i.° sull'indole cavalleresca di quella nazione, che in ogni tempo, sotto qualsiasi dominazione si mostrò battagliera, sprezzante de' pericoli, amante del- l'uso dell'armi e de' singolari combattimenti a spada e
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a pugnale; 2.0 sul fatto che nella Spagna apparve il primo trattato (o i primi trattati) nel 1474, per opera di Giacomo Pons e Pietro de Torres.
Vada pel valore, per l' indole battagliera, per l' incli- nazione all'armeggiare degli spagnuoli; benché fra loro più che il duello abbia avuto spesso maggior favore 1' assassinio pagato e perpetrato con audacia e ferocia veramente singolare; e benché l'indole non sarebbe per se ottima ragione a preminenza, a priorità. Vada anche per il trattato (o trattati) scritto nel 1474, benché io non l'abbia potuto trovare in nessun luogo, e molti dubitino che sia stato scritto in Spagna, ma lo credano pub- blicato in Italia ed in italiano. (0 Non so però capire come si possa affermare che a noi sia venuta la scherma metodicamente costituita dalla Spagna. « D' Espagne, £ escrime passa en Italie avec les troitpes de Charles- Quint; elle s'y raffina, et le grand Tappe de Milan, comme l'appelle Brantòme, en était le professeur le plus illustre et pour ainsi dire, le prince. » Così il Mérignac nella sua Histoire de V escrime, voi. ir.
E codesta si chiama storia? Facciamo un po' di ri- flessione, e mi perdonino i lettori se abuso un po' della loro pazienza. Avviciniamo prima due date.
(1) Mi son tenuto anch'io all' indicazione di quasi tutti gli storici che cioè uno solo fosse il trattato uscito nel 1474, a cui insieme lavorassero i due au- tori Spagnuoli. E veramente par cosa poco probabile che subito la prima volta che si scriveva di scherma si potesse avere due trattati. Ma il Marcelli nel li- bro 1 del suo trattato pag. 1 1 ha queste parole : « Due furono i primi autor?, che scrivessero di scherma, per quanto la fragilità di un foglio pub ricordarci. Uno fu Gamie Pons di Perpignano di Maiorica, il quale ci lascio gran me- moria di quel gioco antico, stampai! do nel 1474. E l' altro fu Pietro de las Torres Spaglinolo che stampo nel medesimo anno. » Da ciò si vede quanto fon- date siano le notizie di quello, o di quei trattati.
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Gli Spagnuoli s'immischiarono nelle cose d'Italia dopo il trattato di Granata (1500) tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XTI di Francia. Ponendo dunque che non già con Carlo V, ma prima col gran Consalvo gli Spagnuoli abbiano potuto introdurre nell'Italia la scherma, ciò deve essere avvenuto nei primi anni del secolo XVI.
Orbene, in Italia già nel 1509 abbiamo l'opera di Pietro Mondo (Opere di scherma); e questo è nulla. Nel 1536 usciva il trattato del Marozzo, in cui egli con larghezza di metodo, espone i principi della scherma; e nel proemio del suo Duello pone queste parole : « Avendo infino dalla mia prima giovinezza quest'opera incomin- ciata, io mi sono indugiato infino a questa mia ultima età a darle l'estremo compimento ed a mandarla fuori a comune degli uomini notizia ed utilità, accioche in quello mi potessero venir riposte non solamente le cose che in quest'arte mostrate mi furono dal nobilissimo oprator di quella, Maestro Guido Antonio de Lucha Bolognese, dalla cui scuola, si può dire che sieno più guerrieri uscito che dal cavallo di Troja; e tutto quello che da qualunque altro in ogni pugna apparato aveva, ma le da me trovate ancora e confermate dall'esperienza.... »
Il Marozzo adunque aveva indugiato a stendere il suo trattato in età avanzata; ed era l'anno 1536; e gli insegnamenti suoi non da maestri spagnuoli, ma li aveva tolti in parte da Guido di Luca, in parte da al- tri o contemporanei o discepoli del di Luca. E sì que- st'ultimo come già il Manciolino, lo stesso Marozzo e poi il Dall' Agocchie (1572), il Viggiani o Vizzani (1575) furono tutti di Bologna. Parmi quindi che da tutto que- sto si possa dedurre :
i.° Che prima ancora che comparissero in luce
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trattati metodici di scherma, già eranvi in Italia scuole e sale d'armi, ove i cultori di essa ricevevano un'istru- zione non solo pratica ma anche teorica;
2.0 Che una di tali scuole dovette essere in Bologna-, 3.0 Che non ci fu portato nulla di nuovo dagli Spagnuoli; che senza di essi, poiché non ci venne da loro alcun bene, la scherma in Italia come già esisteva con metodo teorico, così avrebbe potuto ugualmente svilupparsi e fiorire, come difatto fiorì.
Non deve far meraviglia udire che prima del 1500 fossero scuole di scherma in Italia; poiché ne occorre esempio anche nelle Fiandre e in Germania.
A Ypres, a Bruxelles, a Tournai, a Gand le me- morie ci parlano di schermitori strettisi in società le quali prendevano il titolo di scuole d' armi fSckerm school) e si reggevano con statuti particolari. Famosis- sima tra esse divenne la società di Gand, la più antica, dapprima solo confraternita sotto il patrocinio di S. Mi- chele, formatasi per combattere il brigantaggio, ma poi vera scuola di scherma e che perdura tuttavia. Il primo trattato però di scherma nelle Fiandre apparve solo nel 1538 in Anversa; il titolo è: La noble science des joneurs d'éfiée, e anonimo l' autore. In Germania poi verso il 1536 H. Lebkommer dava alle stampe la sua opera : Der Alterni Fechter an fengliche Kunst, con di- segni di Alberto Diirer.
Che vi siano poi state vere scuole in Italia, lo con- ferma lo sviluppo mirabile che ebbe la scherma subito, al principio del secolo XVI.
Il pittore Giulio Fontana nella dedica della edizione fatta a Venezia nel 1568 dell'opera del Marozzo al si- gnor D. Giovanni Manriche, ne parla già con somma
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lode. « Achille Marozzo, egli dice, fu, come il mondo sa, eccellentissimo maestro di questa nobilissima arte, e di questa dopo aver fatto in essa infiniti valorosi discepoli, lasciò scritto a benefizio comune. »
Il Marozzo stesso qua e là porge consigli a quelli che devono insegnare i precetti schermistici, e loro rac- comanda che in nessun modo lascino armesfSfiare i loro allievi prima che non abbian conosciuto i principii del- l' arte. Ed egli stesso prima di ammettere i suoi al corso delle sue lezioni soleva esigere da ciascuno un giura- mento che può anche parere strano, concepito così: « Io giuro su, questa elza di spada, la quale si e la croce di Dio, in prima di non venire mai contro il mio maestro, e ancora di non rivelare mai a persona alcuna i secreti che imparerò, senza sua licenza. ■»
Ma più chiaramente lo desumiamo da quanto scrive Giovanni Dall' Agocchie nel suo trattato, comparso in luce l'anno 1572. Lamenta egli prima che alcuni mae- stri a mal fine indirizzino la scherma, perchè, come prima posseggono un poco di pratica, si mettono ad insegnare; e aggiunge ciò procedere « dall'essere an- data in oblivione l'antica usanza della creazione de' mae- stri. » Parlando quindi della creazione de' maestri (lib. 1, giornata i.a) così si esprime: « Sappiate che siccome dovendosi inviare alcuno all' eccellente grado di dottorato, prima se ne fa con diligente esame il saggio e poi come e giudicato sufficiente, gli si dà il privilegio; così ancora ne' maestri di schermire si osservava, imperocché prima si esaminavano quelli che ad altri volevano insegnare se essi sapevano la teorica dello schermo e tutte le altre cose a essa necessaria, e poi gli mettevano imo scolaro a fronte facendo che tirasse male i colpi e male si ponesse nelle
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guardie; e ciò per intendere se colui conosceva in che cosa lo scolare peccasse. Dopo questo ne facevano saggio con diversi biconi scolari, co' quali coni egli fosse riuscito suf- ficiente, dagli altri maestri era privilegiato e con le sue patenti poteva aprire scola, e questi tali erano maestri atùtentici, cosa veramente degna di tant' arte. » L' esser poi tale costumanza venuta in discredito lo attribuisce e al tempo, che a lungo andare ogni cosa corrompe, e ai maestri i quali lasciano annullare i loro privilegi.
Se nel 1572 tali cose scriveva il Dall'Agocchie, certo molto prima del 1500 dovea esser stato in vigore la costumanza di creare i maestri, perchè in breve tempo non poteva essa sorgere, fiorire, cadere in dimenticanza.
Finalmente il primo trattato che conoscasi uscito di Francia è molto posteriore a nostri italiani. E quando il Sainct— Didier pubblicava il suo, non si ispirava già a' maestri Spagnuoli, ma agli Italiani, i quali ben presto divennero i veri maestri della scherma in tutta Europa. E questo è tutto dire.
Ed ora diciamo qualche cosa dei trattati.
Quello di Antonio Mandolino Bolognese, comparso nel 1 53 1 ha ben poca importanza. La parte che ri- guarda la scherma non è molta, essendosi egli non poco esteso anche a descrivere i modi che deve tenere un gentiluomo nel caso di una querela, ciò che egli considera valere non meno dell'arte istessa dello scher- mire. Pone tre guardie, la prima e la seconda delle quali sono quasi le medesime che si usano presente- mente e discorre anche di attacchi e di parate; ma es-
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sendo molto scarsi i disegni e le figure, riesce difficile l'intendere che cosa e^li voglia dire.
Ben diverso è il giudizio che si deve fare del trat- tato di Achille Marpzzo, il quale giustamente si può chiamare il padre della scherma italiana, poiché la in- nalzò ad altissimo grado e la decorò di tutto un si- stema di norme fisse e principii sommamente pratici.
Come già promette nel suo titolo lunghissimo e biz- zarro, tratta di tutti i modi di combattere allora in uso e con qualsiasi arma; riesce quindi un vero centone, ma un centone che solo poteva venirci da maestro va- lentissimo ed esperimentato quale appunto il Marozzo. Tutto quello che si era fatto, che si era scritto prima, qui pure si trova, e quelli che vennero dopo di lui do- vettero attingervi, aver la pazienza di copiare e di ag- giungervi ben poco. I disegni non sono troppo feli- cemente riprodotti, anzi in alcuni la posizione degli schermitori è affatto contraria alle leggi dell'equilibrio; ma sono in buon numero, nei capitoli più interessanti, ed è vantammo non lieve.
Vi sono anche unite tavole per combattimento tra uomo disarmato ed uomo armato di pugnale, che forse potranno a primo aspetto e per le nostre scuole parere di nessun interesse; ma che allora, in tempi di punta- glie, di odii intestini, quando sovente pagavasi la mano del sicario, erano di somma necessità.
La scherma nel secolo XV era molto più complessa che a' nostri giorni. Presentemente sia nell'insegnamento delle sale d' armi, sia sul luogo del combattimento, per convenzione la scherma s' interessa solo della spada e della sciabola; ma allora nei singoli combattimenti, la spada era raramente usata da sola; si combinava con al-
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tre armi e con altri arnesi - difensivi. I casi più comuni erano :
di spada e brocchiere», o targa o rotella;
di spada e cappa ;
di spada e lan terra;
di spada e pugnale o di due spade ;
di spadone a due mani ;
di spada ed armi inastate.
Grandissima era quindi la varietà dei giuochi, degli assalti, delle parate, e per dover tutto provare, tutto imparare, si correva pericolo di sapere alquanto molti modi di combattere, ma nessuno profondamente.
La cappa (mantello, abito o drappo qualunque) si avvolgeva al braccio sinistro e con essa, o si paravano i colpi, o si imbarazzava l'avversario, gettandogliela in faccia.
Alcuni opinano che siasi introdotto quest'uso ad imi- tazione dell'arte dei gladiatori reziarii ; altri rimontano più addietro e ricordano l' esempio di Pittaco che col gettare una rete sul capo di Frimone, capitano Ateniese, potè facilmente trafiggerlo. Il solito vezzo di voler ogni cosa radicata neh" antichità più lontana. Io credo che l'uso della cappa non abbia nulla a vedere co' Greci e co' Romani e che non si fondasse su l'erudizione classica; ma avesse un'origine più spontanea e meno lontana di quel tempo. La foggia infatti di vestire richiedeva allora la mantellina spagnuola, o la cappa, la quale nel caso di un duello, essendo di grave impaccio, si doveva pur togliere di dosso, e deporre. Ora possiamo supporre che qualcuno, invece di levarsela, se ne sia servito nello stesso combattimento, e gliene sia venuto bene, e che poi altri ne imitassero l'esempio; ben poteva a poco
CENNI STORICI
a poco quell'uso passare in costumanza e divenire un modo come un altro di combattere, oggetto di studi e di perfezionamento artistico. Non ci vedo difficoltà a supporre un tal caso, e parmi anzi una spiegazione sem- plice e naturale. Del resto questa opinione non è tutta mia, uscita dalla mia testa, come Minerva dal capo di Giove ; la riferisce anche il Bardin (D ietto nnaire de l'armée de terre) ed io la vendo per quello che vale.
La lanterna usavasi abbastanza spesso ne' combatti- menti notturni, sia perchè i fanali erano allora cose troppo rare, sia anche ad arte, perchè scoprendola im- provvisamente agli occhi dell' avversario lo si abbarba- gliava e ritardava alla difesa e intanto prendevasi tempo per un buon fendente, per un mandritto o per un ro- vescio. Contro la lanterna faceva buon gioco la cappa, che lanciata di subito, imbarazzava ed impediva ogni pronto movimento.
La targa, il broccJiiero e la rotella sono modificazioni dello scudo; più larga e rotonda la rotella; di ferro, piccolo il brocchiero e con una convessità nel centro per dar luogo alla maniglia e forse anche con una punta nel mezzo. La targa invece era di cuoio o di legno, re- sistente, quadrata di figura, e armata talvolta al basso con un uncino per imprigionare la spada del nemico.
Il pugnale infine, molto usato in Italia associato alla spada, fu smesso quasi interamente sul declinare del se- colo passato, convenendo tutti nell' uso di una sola arma difensiva, che meglio può far mettere in luce le qualità schermistiche de' combattenti.
Il Marozzo descrive un gran numero di guardie, ap- punto secondo che la spada era sola od accompagnata ad altre armi offensive e difensive; troppe però, vera-
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mente troppe, ne tutte felici ; e spesso distinte con de- nominazioni strane, bizzarre e di cui non si riesce in nessun modo a capire il significato Ecco a titolo di curiosità la nomenclatura di alcune di esse :
di coda lunga e stretta;
di cinghiara porta di ferro ;
di coda lunga alta;
di porta di ferro stretta o larga;
di coda lunga e distesa;
di coda lunga;
di becca cesa, ecc. ecc.
che non si finisce così presto.
La spada che allora si aveva continuamente fra le mani era della lunghezza di un metro, piatta, dritta, a doppio taglio, e il filo che volgevasi verso terra era detto filo dritto, V altro fi/o falso.
Due specie di colpi descrive il Marozzo, di taglio e di punta.
I colpi di taglio sono chiamati mandritti se colpi- scono a dritta, manroversi se a sinistra; e 1 2 ne enu- mera egli, sia con filo dritto, sia con filo falso; offen- dendo alle spalle, ai fianchi, ai garetti.
Uno solo è il modo di ferire di punta, mirando cioè al viso, e di preferenza all'occhio. Era, come sembra, un avanzo della costumanza cavalleresca di tentare nel ferire i fori della visiera.
La difesa è meno ricca, meno sviluppata dell' offesa, poggiando molto sui movimenti delle gambe; sicché lo studio principale è volto più ad evitare che non a pa- rare i colpi. Insegna quindi come passare d'una in altra guardia, da una guardia difensiva in una offensiva, con molta varietà di giuochi e correttezza di movimenti.
CENNI STORICI 83
Non trovasi però in lui descritto il colpo a fondo, ferendo coli' avanzare il passo ; ma tutta la valentìa con- siste nel ferir di punta, schivando il colpo di taglio. Come si vede, la scherma anche teoricamente aveva corso molto cammino col Marozzo, e quando si riflette che del suo lavoro si fecero molte edizioni e quasi sem- pre con una parte modificata, si può facilmente capire T influenza che potè esercitare, e come dalla sua scuola siano usciti que' valenti maestri che non solo in Italia, ma in tutta Europa tennero una preminenza incontestata.
Una grande modificazione ha subita col tempo il si- stema del Marozzo, sia riguardo ai colpi di punta, come a quelli di taglio. Si è mano mano allargato il campo per 1' offesa di punta e ristretto quello per i colpi di taglio. Per i colpi di punta oltre che al viso si mira di preferenza al petto; e pe' colpi di taglio si mira di preferenza alla testa e si escludono interamente i colpi agli arti inferiori e quindi quelli ai garetti.
I colpi di taglio ai garetti, che pur si ammisero in molti duelli durante il secolo XVI, furono si può dire d'invenzione tutta italiana. Il Marozzo ne dette pel primo lo svolgimento teorico, e da lui lo appresero gli altri maestri italiani, che disperdendosi per le terre d'Europa lo insegnarono come una novità e un segreto dell'arte.
Un esempio dell' uso e dell' utilità di tale colpo ci è offerto appunto dal duello avvenuto nel 1547 tra Chabot di Jarnac e Vivonne di La Chàtaigneraye, l' ultimo come vedemmo, de' duelli autorizzati II Chàtaigneraye, valen- tissimo schermitore, erasi già molte volte battuto in duello sempre con vantaggio, e confidava di abbattere in pochi colpi il Jarnac meno valente e meno eserci- tato. Ma questo, come sogliono fare gli sfidati poco
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pratici, si rivolse ad un maestro italiano che allora tro- vavasi in Parigi, il quale vista l' impossibilità di suffi- cientemente addestrarlo sì da gareggiare col Vivonne, gli insegnò il colpo ai garetti che supponeva ignorato dall'avversario,
Il Marozzo, esponendo quel colpo, così si esprime:
« Sicché metteremo in questo principio che lui faccia
prima la stoccata, io voglio che facendo lui detta stoc- cata, tu passerai col tuo pie diritto inverso le sue parti manche, e in questo passare, tu urterai del falso della tua spada di sotto in suso nella stoccata sua, et li darai un roverso segato per le gambe. »
Anche le condizioni del duello che il Jarnac come sfidato potè dettare, furono ordinate alla riuscita del colpo ai garetti. Propose cioè di battersi con spada, brocchiero largo, celata alla Borgognona, giaco e ma- niche di maglia di ferro, (tutto per guardarsi dai colpi di punta, dall' imbroccata o fianconata moderna, che gli poteva indirizzare il Vivonne) ed invece senza stinieri, e che il Chàtaigneraye fosse il primo all' assalto (per meglio render sicuro il colpo designato). I padrini però stabilirono che si mettesse il pugnale nel Borzacchino della gamba sinistra quasi a far le veci di stiniere. Il Vivonne accettò tutto, baldanzoso nella sua nota va- lentìa e si teneva così sicuro dell'esito che aveva fatto imbandire un sontuoso banchetto sotto la sua tenda. Il duello avvenne a Saint-Germain alla presenza del re, di tutta la corte e di immenso popolo.
Venuti allo scontro, secondo il convenuto fu primo il Vivonne ad assalire, e proprio coli' imbroccata alla fac- cia. Ma il Jarnac schivando il colpo e nello stesso tempo entrando sotto misura, gli menò un rapido fendente al
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garetto sinistro, e nel rilevarsi in guardia, un secondo al diritto e lo stese immediatamente a terra. Fu subito il Chàtaigneray trasportato alla sua tenda ove la rab- bia e la vergogna più che la perdita del sangue, gli tolsero in poco d' ora la vita.
Il re, visto cadere contro ogni sua aspettazione il Vi- vonne che era da lui grandemente amato, preso da ira e da dispetto, esclamò che il Jarnac aveva dato un colpo da traditore: e queste parole ripetute servilmente dai corti- giani, rimasero poi sempre a dinotare qualunque colpo non sia dato lealmente, e in Francia anche a significare un colpo tirato, che da essi non sia conosciuto o praticato.
A me sembra però che ingiustamente siasi condan- nato quel colpo ai garetti, divenuto anche famoso in Francia col titolo di colpo di Jarnac (coup de Jarnac). Il colpo era dato coli' armi convenute, si trovava de- scritto nei trattati di scherma-, era dunque un colpo leale. Peggio per il Vivonne se nella sua boriosa pre- tesa, lo ignorava; non era già questa buona ragione per chiamarlo un colpo da traditore. E avendo poi i padrini pensato a coprire la gamba col farvi porre il pugnale nel Borzacchino della sinistra, si può anche dire che fosse previsto e accettato. Ma è costume de'Fran-' cesi il difendere, magnificare tutto quello che è loro, e disprezzare, condannare quello che è straniero, prin- cipalmente se viene d' Italia.
Un grande incremento fu procurato alla teorica della scherma dal trattato di Camillo Agrippa, uscito in luce poco dopo il trattato del Marozzo, l'anno 1553; poiché in parte egli abbreviò il trattato del Marozzo, spoglian- dolo di molte superfluità inutili e in parte aggiunse di suo, norme che 1' esperienza gli aveva suggerito.
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Anche le sue tavole sono molto migliori, molto più artistiche e fedeli alla teoria; si pretendono persino de- lineate da Leonardo da Vinci, e alcune anche da Miche- langelo, ma con quanta probabilità e ragione non saprei proprio dire.
Il signor Vigeant (Bibliographic de l" escrime) da cui in gran parte toglie le sue notizie Emile Mérignac (Hi- stoire de V escrime) esalta sì fattamente il merito del- l' opera dell' Agrippa, che lo chiama il maestro di cui più a ragione si possa gloriare la scherma italiana, e aggiunge : « L'impulsion qu'il donna a son art, les théo- ries et la marche quii sui lui imposer, soni une des cau- ses de la prépondérance longtemps exercée en Europe par l' escrime italienne. » A dir vero mi sembra un po' esa- gerata codesta lode e mi fa sospettare che non abbia, o ben studiato il trattato dell' Agrippa, o ben letti quelli de' suoi contemporanei.
L' Agrippa definisce bene le guardie, che riduce a quattro, nominandole: prima, seconda, terza e quarta, le quali guardie s'accostano molto alle nostre; sviluppa assai la teoria dei colpi di punta, ed è il primo che de- scriva X Inquarto; ma i difetti sono ancora molti, e non abbastanza compensati dalle sue novità.
Per dire di alcuni difetti del sistema dell' Agrippa, le prime due guardie, come giustamente fa notare il Mar- chionni {Trattato di scherma, Firenze, 1847) sono in po- sizione che mal si reggono in equilibrio. La spada è impugnata con poca correttezza, poiché fa passare l'in- dice sopra il ferro trasversale con pericolo che il ferro nemico scendendo lungo la spada, lo abbia a recidere di taglio. Trascura molto i colpi di taglio, sicché appena fa menzione del mandritto e del roverso; e riguardo ai
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colpi di punta volge sempre la mira al viso, con pochis- sima varietà da quello che aveva insegnato il Marozzo.
Il mio sospetto che lo studio tanto del Vigeant, quanto del Mérignac, sopra i nostri primi trattatisti, sia stato molto superficiale e di volo, s' accresce in me al leg- gere ìiell' opera del Mérignac (voi. n, pag. 498) che Giacomo Grassi (1570) e Giovanni Dall'Agocchie, « loin d'avoir fait faire un fas a l'art des arm.es, soni restés en arriere d' Agrippa; » e più innanzi (pag. 511) che « Viggiani (1575) est le premier auteur giti admette pi 11 si e 7 ir s co?ips de pointe, quoiquil ens eigne les mèmes conps de taille que Marozzo. »
La cosa mi pare sia molto diversa. Il trattato del Grassi [La ragione di adoprar sicuramente l' arme sì da offesa, come da difesa, ecc., Venezia, 1570) è bensì alquanto oscuro e le tavole malissimo disegnate, ma ha molte cose nuove che segnano qualche progresso nell' arte.
Divide la spada in quattro gradazioni; la prima e la seconda per parare, le altre due per offendere, cioè la terza pei colpi di taglio e l' estremità della quarta per i colpi di punta. Preferisce i colpi di punta a quelli di taglio « e con ragione, dice, perche feriscono in minor tempo. » Parla dei tocchi di spada, e per il primo, al capitolo degli avvertimenti generali circa le difese, de- scrive le quattro linee, così esprimendosi : « In tutti questi modi (la spada) gli si trova di sotto 0 di sopra 0 di dentro 0 di fuori. » Inoltre insegna che la parata dev'essere fatta col filo ossia taglio; e nel menare il colpo fa portare il piede di dietro in avanti.
Codeste osservazioni mostrano chiaramente che il Grassi aveva fatto tesoro di quanto erasi scritto prima
PARTE PRIMA
di lui, e che non era per nulla rimasto addietro del- l'Agrippa.
E migliore ancora è il trattato di Giovanni Dall'Ao-oc- chie Bolognese, {Dell'arte di scrinila, Venezia t 572) seb- bene la maggior parte di coloro che passano in rasse- gna gli scrittori di cose schermistiche, o non ne parlino, o dicano ben poche cose. Sa invece il Dall' Agocchie essere ad un tempo valente maestro e scrittore purga- tissimo; unire cioè ad ottimo svolgimento di principii, una speciale chiarezza di espressione. Dice egli stesso nel suo proemio che mirerà ad esser chiaro e facilmente intelligibile, ove scrive: « Ne da questo mio proponimento (di scrivere) m ha potuto ritrarre il vedere che da molti eccellenti uomini intorno a questa materia sia stato dif- fusamente scritto • sì perche questi tali hanno taciuto al- cune cose e forse delle più importanti a sapersi ; sì per- che essendo quesf arte difficile a descriversi in modo che sia bene intesa, si viene trattandola di nuovo, ognora più ad illustrare. >
Ed egli pel primo e prima ancora del Viggiani ammise ed insegnò più colpi di punta. « La spada in tre modi può ferire, di mandritto, di roverso, di punta. Il mandritto si forma in cinque nature, il roverso parimente in cinque e la punta in tre. » I nomi però di questi cinque modi non sono però troppo felici : fendente, sgualimbro, (dalla spalla al ginocchio destro) tondo, ridoppio, tramazzone (quasi molinello col nodo di mano). Le tre nature della punta sono chiamate: imbroccata (sopramano), steccata (sottomano), punta riversa. Le guardie per il Dall' Agoc- chie sono otto: quattro da alto, e quattro da basso, con denominazioni che molto ricordano quelle del Marozzo; di coda lunga, porta di ferro, ecc. ecc.
CENNI STORICI 89
Benché chiami buono tanto il ferir di taglio, quanto il ferir di punta, pure egli dice stimar meglio il ferir di punta per tre ragioni: che è più mortale, che ri- chiede minor tempo, e non è mai fuori di presenza; laddove il ferir di taglio lascia più scoperto, richiede più tempo, e si discosta spesso dalla presenza.
Non è dunque un trattato da buttarsi codesto, e del buono parmi ce ne sia molto. Se non che perde in gran parte della sua importanza, e poco può giovare, per non trovarsi in esso neppure una tavola o una figura che dia spiegazione de' principii che vi sono svolti.
Nel 1575 usciva alla luce quello del Viggiani o Viz- zani o Vezani Dal Montone, Bolognese [Trattato dello schermo, Venezia, 1575). Buon trattato, ma che poco aggiunge di teorico a quelli che erano già stati scritti prima. Di nuovo io ci trovo il difetto, comune però al suo secolo, di volere ragionare su ogni cosa e dare spiegazione di tutto; sicché mentre parla di abbatti- menti in duello, di guardie, di offesa e di difesa, di- scorre come di cosa naturale e importantissima della tecnica nei conflitti tra S. Michele e Lucifero, tra Eva ed il Serpente, tra Caino ed Abele, e v'intreccia dispute tra letterati e guerrieri, paragoni tra soldati e cani, tra scienza e milizia, parla della filosofia di Socrate, della grandezza di Alessandro di Macedonia, della beatitudine de' celesti e annaspa e fila ogni specie di capecchio.
Venendo a quello che riguarda la vera scherma, dice che il primo intento del guerriero è di offendere (prin- cipio non del tutto vero) e che perciò devesi insegnare molto più l' offesa che la difesa.
Anch' egli pone tre modi di offendere: mandritto, ro- vescio e punta, con preferenza al ferire di punta; e sette
QO PARTE PRIMA
le guardie necessarie, tre difensive e quattro offensive, benché potrebbero essere quasi infinite:
i .a Guardia difensiva imperfetta ;
2.a » alta imperfetta offensiva;
3-n » alta imperfetta offensiva;
4-a » larga imperfetta difensiva;
5.a » stretta perfetta difensiva;
6.a » larga imperfetta offensiva;
7-a » stretta offensiva perfetta.
Secondo il fine sono adunque offensive e difensive; secondo la forma, alte, larghe, strette; secondo la mag- gior o minor utilità perfette ed imperfette.
Assai ben disposta è poi la posizione della guardia-, ma molte considerazioni, e principalmente quelle riguar- danti il ferir di punta sono le stesse del Dall'Agocchie-, per cui non so capacitarmi come si citi il Viggiani e si lasci il Dall'Agocchie ; e peggio, come si attribuisca a quello la distinzione di più colpi di punta, e lo svol- gimento del colpo di sopramano, che già rinvengonsi nel trattato di questo.
Ed è pure in errore il Marchionni, quando ragio- nando dell'opera di Salvatore Fabris comparsa in Co- penaghen l'anno 1606 e ristampata a Padova nel 1624, gli attribuisce il merito della graduazione della spada in quattro parti; poiché essa, benché con poca chia- rezza, era già stata ricordata dal Grassi.
Al Fabris però, maestro eccellente e che molto onorò 1' arte nostra in Francia, in Germania, in Danimarca, ove godette straordinario favore, si deve il merito della nomenclatura delle guardie à^ opposizione e della pas- sata sotto, chiamata da lui una ferita di prima.
Prima del Fabris aveva pubblicato il suo trattato
CENNI STORICI 91
Marco Docciolini, Fiorentino {Trattato di materia di scherma ecc., Firenze, 1601). Ammette due guardie di- ritte, che crede spiegare mediante due circoli concen- trici, ma che sembrami ottenga 1' effetto contrario; e quattro controguardie due alte e due basse. Parla del- l' imbroccata^ del colpo di punta alla spalla, del tempo, controtempo e mezzo tempo; e insegna molti giuochi e movimenti; ma propriamente non ha portato grandi vanta 0-0-i alla teorica della scherma.
Grandissimi invece furono i vantaggi e forte X im- pulso a progredire che ne venne dal trattato di Nico- letta Giganti di Venezia {Scola 0 vero teatro nel quale sono rappresentate diverse maniere e modi di parare et di ferire di spada sola, e spada e pugnale ecc., Vene- zia, 1606). Si può dire che da lui togliesse la scherma gran parte dello sviluppo teorico che è ancora in vi- gore nelle nostre scuole. Pel primo egli negli attacchi fa portare il piede diritto in avanti, e descrive larga- mente la stoccata longa, che di poco differisce dall' at- tuale nostra. Ed è pure il primo che parli delle parate di contro col nome di contilo e av azione dentro della spada, controcav azione di fuori ; e spieghi il colpo che dai più viene chiamato fianconata.
Mostra anche di conoscere le finte, principalmente pei colpi di punta; poiché parla della finta di sotto per ti- rare di sopra, e della fmta di sopra per ferire di sotto. Finalmente considera il tempo e la misura come le due cose più importanti all'arte dello schermire.
Intuizione pronta e chiara, mirabile semplicità nei giuochi e spontaneità nei movimenti, e raffinato senti- mento artistico, sono le qualità del Giganti che mag- giormente brillano in questa sua opera.
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Ma se io continuo di questo passo, e via via dico, fosse pure brevemente, di tutti i trattati che successi- vamente uscirono in luce, non ne verrò sì presto a capo, che i trattati, principalmente in questo secolo, si succedettero l'uno dopo l'altro quasi di continuo, ben poco arrecando di nuovo e di importante. Perdonino quindi i lettori se quasi di volo nomino ora soltanto i principali e lascio gli altri; non è trascuratezza e di- sprezzo di que' trattati, ma pura considerazione di con- venienza e di riguardo verso di loro.
Tra' migliori sono dunque da considerarsi :
Quello di Rodolfo Capoferro di Cagli uscito a Siena nel 1610, conciso, sucoso, con larghe vedute, ottime definizioni, e un modo anche di difendersi da ogni sorta di colpi mercè una parata di riverso al ferir d' imbroc- cata, che molto più gioverebbe se fosse spiegato meglio.
Quello di Giuseppe Pallavicini di Palermo (La scherma illustrata) dato alle stampe nel settembre 1670; ma solo per la peregrina erudizione gettatavi a piene mani, non per teorica schermistica che vi è povera e mancante.
Quello di Francesco Antonio Marcelli [Regole della scherma Insegnate da Lelio e Titta Marcelli, Roma 1686) che ha pur regole eccellenti e utili, ma non corrispon- denti all' altissimo giudizio che l' autore stesso fa di esse, sino a chiamarle perfettissime e reconditi arcani che si chiudevano nel petto del padre suo, oracolo di scherma. Un po' più di modestia non gli avrebbe certamente fatto male.
Gli altri autori, quali il Quintino (16 13), Francesco Ferdinando Alfieri di Padova, che insegnò sino a tar- dissima età pubblicando molti trattati di spada (1640- 1683) e di spadone (1653); Terenziano Ceresa di Parma
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(1641)5 Alessandro Senese di Bologna (1660); Fran- cesco Antonio Mattei di Troja (1669); Giuseppe Villar- dita Siciliano (1673); Francesco della Monica di Parma (1680) ecc. ecc., hanno tutti qualche cosa di buono, illustrano tutti qualche parte della teorica schermistica, ma sempre con soverchio lusso di considerazioni eru- dite, e spesso infarinate di concettini artifiziosi, di an- titesi strane; necessario tributo pagato al secolo, poiché il secentismo persino ne' trattati di scherma lasciò le sue allumacature.
Il secolo XVII è gloriosissimo per la scherma ita- liana. Le condizioni nostre politiche erano molto tristi, e poco a lei favorevoli, perchè Spagnuoli, Francesi, Tedeschi tiranneggiavano le nostre contrade, ci oppri- mevano, ci immiserivano, e soffocavano ogni sentimento di nazionalità; eppure anche nella scherma mostrarono gli Italiani d'esser degni di destini migliori. Una scuola di gentiluomini che si addestravano nell'esercizio delle armi, avrebbe potuto destar sospetti, poteva far credere che essi pensassero ad una riscossa, che secretamente si contassero affilando le armi; conveniva quindi impe- dire ogni lontana aspirazione a libertà e rimuovere ogni principio di forte educazione, di potenza e grandezza.
L'Italia perciò che pur aveva visto sorgere la scherma, crescere, nobilitarsi, mercè tanti trattati, e il numero grande di valenti maestri, non poteva più essere campo propizio e libero a' suoi svolgimenti. Gloriosa e grande l'arte; ma gli artisti dovevano cercare altrove gloria e favore che loro negava la patria caduta sotto il giogo straniero. Si dispersero quindi i nostri maestri, portan- dosi in Francia, in Germania, in Inghilterra ove erano premurosamente chiamati, e potevano meglio far risplen-
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PARTE PRIMA
dere i pregi della loro scienza. La scherma fuori d' Italia era poco curata, decaduta-, essi la risollevarono e ri- misero in onore, diffondendo i principii della scuola Ita- liana; per cui la nostra scuola ottenne una preminenza incontestata in tutte le nazioni.
Abbiamo q-ià visto che Salvatore Fabris soggiornò lungo tempo alla corte di Copenaghen chiamatovi dal re Cristiano IV. Tale favore egli si acquistò e a tanta rinomanza pervenne, che alla sua morte (1617) Padova, come ad illustre cittadino, gli fece celebrare solenni fu- nerali e ne volle perpetuare la memoria con un monu- mento rizzatogli nel 1676. Un disegno di tale monu- mento sta pure al principio di una traduzione della sua opera pubblicata in Germania nel 1677.
Anche nella Spagna, attesta il Morsicato, i principii della scuola italiana si diffusero facilmente e furono stu- diati con amore come veri e praticamente utili ; anzi egli asserisce che gli Spagnuoli tolsero il loro sistema dalla scuola Romana la quale a' suoi tempi era la prima fra noi, ed è pur ciò confermato dal Narvarez (1635) e prima di lui da Geronimo Carranza dal quale « erasi scoperta la verità e la eccellenza della nostra scuola, » {Compendio della filosofia delle armi, Madrid 161 2).
Nell'Inghilterra la scherma ebbe il suo primo sviluppo sotto gli Stuart, e fu merito de' maestri Italiani, che chiamati vi insegnarono principii già esperimentati e corretti, se ben presto potè fiorire e dare ottimi frutti. E oso anche dire che quella nazione cercò sempre di mo- strare in mille guise festevole accoglienza, stima grande e speciale simpatia a' nostri maestri. Fra quelli che più vi trovarono generosa ospitalità e larghezza d'onori è da ricordarsi D'Angelo di Livorno che mostratosi prima
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in Francia il più valente tiratore del suo tempo, ed ec- cellente teorico, fu dalla Corte d'Inghilterra chiamato a Londra nel 1755, ove dette alle stampe il suo ottimo trattato di scherma nel 1767, e onorato vi risiedette sino alla sua morte avvenuta nel 1802.
In Francia l' influenza esercitata dalla nostra scherma fu ancora più grande e rilevante. Abbiamo già visto che a' tempi di Enrico II un maestro italiano di nome Caizo insegnò al Jarnac il colpo a' garetti. Più tardi, sotto Carlo IX, sotto Caterina e Maria de' Medici, sotto Luigi XIII, e anche sotto Luigi XIV, gran numero di maestri Italiani soo-oàornarono a Parigi e in molte al- tre città di Francia, ricercati, favoriti, se non sempre accarezzati; e ad essi accorreva la nobiltà francese, cavalieri e principi, come a scuola di sommo valore e di perfetta gentilezza.
Mi duole d'avere forse ad offendere la suscettibilità e l'amor proprio de' Francesi, ma la verità pura e sem- plice vuole si dica che la scuola francese deve molto, anzi la maggior parte del suo svolgimento teorico agli insegnamenti de' maestri Italiani.
La prima loro opera di scherma, quella del Sainct- Didier, uscì nel 1573, W quando in Italia se ne contava in buon numero, ed è in gran parte tolta dai trattati dei
(1) Veramente il Marcelli {Regole della scherma, ecc., Roma, 1686) nomi- nando quelli che scrissero di scherma, a pag. 1 1 dice : « Jacques Descars francese, et Joachino Maynero alemano stamporno ambedue nel ij68. Il primo non solo scrisse di scherma, ma anche del modo di esercitare il moschetto, la picca e del modo di fare l' esercizio militare. Il suo libro e adornato con le figure, e stampato in foglio. » Ma nelle biblioteche che io ho visitate, non mi fu possibile di rinvenire copia né dell' uno né dell' altro. Lo stesso Mérignac pone per primo scrittore di cose schermistiche in Francia il Sainct-Didier nel 1573. Se il Marcelli potè vedere le due opere, e se veramente furono stampate, o presto o tardi se ne avranno più sicure notizie.
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nostri, principalmente da quello del Grassi. Lo salutano il fondatore della scherma francese (Gomard, La Theo- rie de l'escrime, introduction) ma solo perchè fu il primo di quella nazione a scrivere di scherma, non perchè abbia fondato un sistema nuovo, o aggiunto qualche cosa alle teorie che sfià esistevano nelle sale d'armi Francesi.
Le tre guardie basse, moyenne, haute, i tre modi di ferire, maindraicts, revers et estocs, il parare con croiser, l'épée, i movimenti, i passi, e persino la forma della spada, sono immaginate ed esposte sulla falsariga dei trattati dell' Agrippa e più del Grassi. Il gentiluomo Provenzale fece bensì molto coli' incominciare, coli' aprir la via in quest' arringo anche a' Francesi, ma la sua opera era inferiore ai trattati italiani del suo tempo, era un tentativo, nuli' altro che un tentativo.
E parmi anche non abbia prodotto gran movimento e risvegliato l'orgoglio nazionale col suscitare imitatori e seguaci; perchè essa rimase isolata, e dovette aspettare molto tempo, sino al 1628, prima d'avere una sorella. In questo frattempo il campo dell' insegnamento era sempre tenuto da maestri Italiani; anzi, volendo arric- chire la collezione delle opere francesi, il Villamont nel 16 io faceva persino stampare a Rouen la tradu- zione delle opere di due valenti maestri Italiani, Caval- cabò e Patenostrier.
E anche la seconda opera francese quella di Girard Thibaust, L' Académie de l'Espée, etc. (poiché non si può seriamente tener calcolo dell' opera di Thoinot Arbeau, Orchésographie etc., 1596, composta quasi per dame, che sa di muschio e di acqua di rose), è ben lontana dal raggiungere il merito e la larghezza teorica de' nostri trattati.
CENNI STORICI 97
Gli storici Francesi esclusivisti come sono, e teneri sempre delle cose proprie, esaltano grandemente i me- riti dei trattati :
di Charles Besnard {Le mais tv e d'armes liberal eie,
1653);
di Philibert de La Touche {Les vrays principes de
l'espée s etile, 1670);
di Perche du Condray {L'exercice des armes ou le maiiicment du fleuret, 1676) e principalmente:
di quello di Wernesson de Lyancourt {Le maistre d'armes ou exercice de l'espée setdle dans sa perfection, 16SÓ);
e del Labat {L'art en fati d'armes, 1696); loro attribuiscono un gran numero di nuovi principii, di nuovi colpi, di nuovi metodi, meraviglie teoriche e meraviglie pratiche. Se non che una gran parte, anzi la massima parte delle loro teorie, dei metodi loro si rinvengono, almeno in embrione se non già sviluppati, nei trattati italiani anteriori; ed essi, i Francesi, di pro- prio aggiungono ben poco, ma solo abbelliscono, per- fezionano quello che è stato dai nostri trovato. Così opina il Marchionni; e gli si può credere.
11 signor Mérignac pare non veda di buon occhio codesto affluire in Francia di maestri Italiani, che s'in- sediano con tutto comodo, si stringono d' attorno la nobiltà francese, l'addestrano a loro modo, imprimono alla scherma francese un' impulso nuovo, non certo na- zionale. S'arrabatta in mille guise per attenuare il fatto, li conta, per così dire, e saluta con compiacenza il giorno in cui sorgono buoni maestri Francesi. Niente di più naturale; farei lo stesso io pure, se i Francesi ve- nissero a far da maestri in Italia.
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Non posso però accettare le osservazioni che egli aggiunge quasi a commento del fatto: « Mais les Ita- liens apporterent en France, avec leur art, leurs moeurs et leur esprit vindicatif. Partout, dans les grandes cités du royaume, se montraient, cornine a Naples, à Gènes et à Florence, les bravi, ces sortes d'assassins, qui faisaient mctier, pour de l'argent ou quelques faveurs des grands, de tuer ceux qu'on leur designali. » (1. e. pag. 527).
Ecco, che in Italia si stesse male è verità innegabile; la sicurezza pubblica con un governo come lo Spagnuolo lasciava molto, anzi tutto, a desiderare; ma si persuada il signor Mérignac, che anche in Francia non faceva proprio bisogno che ce lo portassero gli Italiani il male e lo spirito vendicativo. Ne vuole una prova? Badi alle misure repressive contro i delitti, e ricordi la storia del suo paese nel periodo delle lotte religiose, della guerra civile da Enrico II a Luigi XIV. E giacché cita gli or- dini severi del Cardinal de Richelieu « contre les si- caires et les spadassins » se vi porrà mente, pochi, po- chissimi nomi d' Italiani vedrà comparire tra i facino- rosi. E anche fosse vero quello che egli afferma, si dovrà attribuirlo ai maestri di scherma, i quali tra i loro insegnamenti mettono in primo luogo la correttezza dei costumi cavallereschi?
« La méthode italienne - egli poi soggiunge - qui avait pour objet de perforer adroitement mi adversaire, usant, à cet effet, de toutes les ruses possibles, se trouva peu a peu modifiée par les moeurs et le caractere fran- fais. L'esprit chevaleresque plus grand, plus loyal, plus généreux, devait relever ce noble exercice. » (1. e. p. 528).
Codesto, a mio avviso, non si chiamerebbe correre nel giudicare, ma volare ; anche a costo di ribaltare e di
CENNI STORICI 99
dire spropositi enormi. Padroni i Francesi di lodarsi e di compiacersi de' propri meriti, come una damigella allo
specchio ; ma certi riguardi cavallereschi alla verità,
si possono osservare anche non avendo molta modestia.
Non è vero che la scuola italiana tendesse a tra- passare l'avversario « usant de toutes les rzises possi- bles ; » basta aprire un trattato qualunque de' nostri, che quasi piuttosto peccano del contrario. E non è meno falso che 1' arte fosse decaduta, miseramente, spietata- mente decaduta, e che avesse bisogno di una pietosa mano francese, mano leale, generosa, nobile, chiusa in un guanto morbido, profumato, per rialzarsi e sorridere di nuova vita. Per carità non si dica neppur per ridere, che proprio, proprio non istà.
Ma che cosa ha potuto strappare al signor Mérignac un giudizio così poco favorevole ed ingiusto per la nostra scuola? Se bene mi appongo, egli allora pensava al periodo infausto della frenesia per le sfide e per i duelli, e vedendosi innanzi scene strazianti e la nobiltà corriva al sangue, alla morte, per un motivo da nulla, ne ha fatto causa la scherma italiana, solo perchè allora la scherma italiana predominava, signoreggiava in Francia. E non si ricorda d'aver letto nelle « Lettres patentes des rois données enfaveur de l'art enfait d'armes ecc. » (i 643) « Combien il est importane que les maistres soient, non seidement bien experimentés aux faits d'armes, mais en- core qu'ils soient de bonne vie, mceurs et conversations, et de la religion catholique, apostolique et romaine? » I duelli furono certamente causa di grande incremento alla scherma in Francia. Siccome erano frequentissimi, e tutti si battevano, per usare una frase francese, così sentivasi da tutti il bisogno di saper tener in mano la
PARTE PRIMA
spada, di conoscer le regole più sicure, i colpi più van- taggiosi, sia alla difesa, come anche all' offesa. Ma se maestri Italiani prestavansi ad addestrare chi a loro faceva ricorso, e rivelavano anche mosse e colpi se- creti, non per questo approvavano i motivi de' duelli, o fomentavano lo spirito vendicativo, i facili impeti, gli sdegni inconsulti e boriosi de' duellanti : erano ben lon- tani dal prostituire l'arte alle bizze degli spadaccini.
Ma poiché ci è offerto il destro, diciamo pure qual- che cosa del duello nel suo terzo periodo ; periodo lut- tuoso, ma tanto proficuo alla scherma; periodo in cui i duelli prestarono modo all' arte della scherma di sco- prire segreti e di sviluppare ricchezze di nuovi metodi.
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Ancora del duello.
Il terzo periodo del duello è dunque quello in cui è considerato come una usurpazione del potere sociale, un'offesa alla legittima autorità, un'infrazione d'ordine; ed è combattuto dalle varie legislazioni e condannato con pene di prigionia, di confisca e anche di morte. Il frutto proibito è sempre più ricercato, ed il duello, benché condannato, anzi appunto perchè poteva mani- festare indipendenza dai freni legali, andò sempre acqui- stando favore, fu reso più facile, comunissimo. E sot- tratto alle cerimonie legali e all'influenza di qualunque potere, si trasformò, si creò un codice proprio di norme, di principii, di formalità convenzionali.
Ecco le differenze sostanziali tra il duello nel secondo
CENNI STORICI IOI
periodo e il duello nel terzo, che in parte è pure quale si pratica oggigiorno :
i.° E abbreviato il termine tra la sfida ed il com- battimento. Da prima a definire chi fosse l'attore e chi il reo s'impiegavano parecchi anni (Maffei, Scienza ca- valleresca, lib. in, e. 3) e per la elezione del campo si concedevano non meno di sei mesi : ora bastano quat- tro soli giorni, tre per designare i padrini e uno per eseguire il duello.
2.0 A duelli si ricorre anche per fatti patenti, e non si ricerca la mentita.
3.0 Tutti possono sfidare e accettar sfide, siano pure gente di toga e di lettere : non la professione, ma la nascita costituisce un impedimento al duello; perchè un gentiluomo, e molto più un nobile, non accetterebbe sfide da persone plebee.
4.0 Non essendoci il signor del campo, non e' è sentenza, e il vinto non resta disonorato.
Questi i nuovi principii che regolarono il duello, prin- cipii che non furono sempre a tutto rigore osservati, ma che si modificarono col farsi più frequenti e più comuni i combattimenti senza formalità ed in luoghi appartati, che allora erano detti duelli alla macchia.
In questo terzo periodo adunque da una parte gli ordinamenti legislativi si succedono con pene sempre più gravi ; dall'altra cresce il numero de'duelli, la sma- nia, il furore di battersi. Senza nominare le leggi eccle- siastiche, dopo le disposizioni del Concilio Tridentino, Sess. xxv, in Francia gli Editti contro i duelli comin- ciano sotto Carlo IX (1566) e si moltiplicano fino al 1 791. Fra gli altri un editto del 18 settembre 1634 punisce colla forca anche gli spettatori Luigi XIV e Luigi XV
PARTE PRIMA
salendo al trono, giurarono di non far mai grazia ai duellanti.
In Inghilterra, sotto Elisabetta, i duellanti erano pu- niti col carcere, e sotto Cromwel la sfida con sei mesi di carcere, l'uccisione in duello colle pene determinate per l'omicidio.
A Napoli avvenne delle leggi contro il duello, quello che già delle altre gride \ furono cioè numerosissime ma senza efficacia. Due sono le principali ; quella del viceré Pietro di Toledo (2 gennaio 1540) e che comminava la morte agli stessi padrini 5 e quella del conte Monterry (6 dicembre 163 1) che riduceva quella pena alla rele- gazione ; perchè la troppa severità ne aveva reso im- possibile 1' applicazione.
Anche in Piemonte l'editto del 1643 puniva l'omi- cidio in duello colla confisca dei beni e colla morte.
Eppure con tanta mole di leggi e rigore di pene, i duelli, principalmente in Francia, aumentarono sempre, moltiplicando le vittime. E poteva temere le pene, chi già per non sembrare vile accettava la sfida e affron- tava la morte ?
Una piccolissima offesa, un'affronto leggiero, talvolta una parola, uno sguardo, spingeva i gentiluomini a battersi. Non v' era nobile che non contasse qualche duello. Di giorno e di notte, nelle città e nelle campa- gne, nelle sale dei castelli e in luoghi solitari, con sfida preventiva e anche subitamente, si traevano le spade, s'incrociavano e uno dei due era lasciato morto. I paggi si battevan nei giardini stessi del Real palazzo, e per- sino nelle anticamere (Cauchy de duelj. Pierre de l'Étoile narra che in 18 anni, dal 1590 al 160S, più di 8,ooo gentiluomini perirono in duello, assai più che non nelle
CENNI STORICI 103
guerre civili. La corrente trascinava talmente, e la smania era così prepotente, che molti si battevano senza nessun motivo, pel solo piacere di battersi.
Celebre a questo proposito fu il duello accaduto il 27 aprile 1578 fuori della porta Saint-Honoré, riferito dalle cronache contemporanee. Il giorno innanzi, per una questione avuta al Louvre, si erano sfidati Charles de Balzac d' Entragues e Iacques de Quélus, favorito del re; scelti quindi i padrini, il luogo, 1' ora, si tro- varono secondo il convenuto, e vennero alle mani. I padrini del Quélus erano Livarot e Maugiron; quelli del d' Entragues, Ribérac e Schomberg, tedesco. Ora mentre i due querelanti si battono fieramente, Ribérac si vol^e a Maumron e dice:
— Sarebbe forse meglio che cercassimo qualche modo per metter pace fra questi due, invece di lasciare che si uccidano l' un l' altro.
— Ma io non son venuto qui per infilar rosari — risponde Maugiron — io voglio piuttosto battermi.
— E con chi ? — risponde Ribérac — tu non e' entri nella loro questione.
— Con te.
— Con me? Ebbene, raccomandiamoci a Dio.
Tratte quindi le spade, si scagliano furiosi l'uno con- tro l'altro e dopo pochi minuti di lotta accanita cadono ambedue mortalmente feriti. Vergognandosi di essere spettatori inoperosi, Schomberg si volge a Livarot e:
— Costoro si battono — dice — che dobbiamo fare noi?
— Battiamoci noi pure pel nostro onore — risponde Livarot.
E le loro lame si cercano, si incrociano e risuonano
104 PARTE PRIMA
orribilmente. Così querelanti e padrini tutti si battono ; Schomberg e Maugiron spirano sul luogo, Ribérac soc- combe il giorno dopo e Quélus dopo 30 giorni di letto.
Sotto Luigi XIII la smania di battersi toccava il suo colmo, ed erano duelli strani, feroci e anche senza ri- guardi cavallereschi.
Ma allora appunto Richelieu dette mano a'suoi prov- vedimenti efficaci, che se non tolsero, diminuirono assai il numero dei duelli. Modificando le leggi già promul- gate, prescrisse una gradazione nelle pene, cioè :
per la sfida, la perdita delle cariche, la confisca de' beni, il bando per tre anni ;
per duello non seguito da morte, secondo le cir- costanze, o la perdita dei titoli di nobiltà, o l'infamia, o la pena capitale;
per il caso che alcuno de'combattenti soccombesse, la pena di morte e la confisca totale.
E anche per i padrini le pene determinate furono più severe e disonoranti.
Né si accontentò già solamente di pubblicare editti, che editti se n'erano fatti anche troppi, rimasti perciò sempre senza forza; ma con ferrea volontà ottenne che fossero osservati. « // s'agit - diceva a Luigi XIII - il s'agit de coiiper la gorge aux duels ou aux édits de Votre Ma- jesté. » E rifiutate le lettere di grazia, fece eseguire le più terribili condanne, senza por mente se i colpevoli fossero della prima nobiltà del regno. Così lasciavano la testa sul patibolo Francesco di Montmorency, conte di Bouteville, il marchese di Beuvron e altri moltissimi ; ma anche il duello era alquanto represso. « Celle sévéritc - disse il presidente Hénault - fil plus d'effel sur les esprit s quc tous les édits qu'on avait rendus a ce sujel. »
CENNI STORICI I05
Poco dopo, Luigi XIV7 creò una corte d'onore per decidere pacificamente le personali querele, composta dei Marescialli di Francia con a capo il marchese Fe- nelon, primo spadaccino del suo tempo; e tutti allora giuravano di non mandare né accettare sfide, e neppur di assistere a duelli.
Ben presto nuove idee, nuove aspirazioni, nuovi bi- sogni e nuovi pericoli distolsero gli animi da quelle lotte inutilmente sanguinose. Benché numerosi ancora, i duelli si fecero di giorno in giorno più rari, né su- scitati da motivi leggieri e futili come per l' addietro. La nobiltà stessa apparve meno fiera, meno orgogliosa, benché più galante e anche più corrotta. Alle spade triangolari che cagionavano spietate ferite e certa morte, furono sostituite quelle che si usano presentemente. Al duello per galanteria, per pura questione d'onore, si unì bensì il duello politico; ma anche alla spada si as- sociò la pistola. La rivoluzione infine del 1789 distrusse le vecchie istituzioni, con stragi e guerre sconvolse, rimutò gli antichi ordinamenti sociali ; ma dopo quelle terribili convulsioni la società moderna usciva a nuovi destini.
Anche il duello entrò in una nuova fase; sussiste ancora, benché la moderna civiltà penda dubbiosa se debba chiamare viltà il rifiutare la sfida, o assassinio 1' accettarla; ma è usato come un rimedio, come una anomalìa, che ha il suo bene ed il suo male, e che allo stato presente delle cose non si può ancora sradicare. La scherma però ne attenua le conseguenze; lo ha cir- condato di salvaguardie, di regole fisse, convenzionali, civili. Essa non vuole che ci si batta per motivi fri- voli, per gusto di battersi, per orgoglio e perversità
IOÓ PARTE PRIMA
d' animo ; ma vuole scritta sulla lama delle spade il motto :
Ne me tire pas sans raison
Ne me rentre pas sans honneur!
Ed io son d' avviso che se i maestri di scherma, se le sale d' armi così numerose e frequentate dal fiore della cittadinanza, si uniranno in un programma d' or- dine, tendente o ad abolirlo, o a restringerlo a casi eccezionali, ci riesciranno molto meglio delle leggi stesse dei poteri costituiti.
Né si dica che la scherma ci verrebbe a scapitare, e a perdere della sua importanza.
Così com'è presentemente ordinata, essa può arrecare alla società ben altri e più considerevoli beneficii che non quello solo di servir come propedeutica al duello. Anzi, se si togliesse interamente il duello, essa ci gua- dagnerebbe-, perchè e quelli che già la coltivano, cono- scendone per pratica i vantaggi igienici, morali e anche intellettuali, continuerebbero negli esercizi incominciati, e quelli che l'avversano pel solo motivo che le loro con- vinzioni sono contrarie al duello, tolto questo spaurac- chio, ammetterebbero fra le loro occupazioni più care, quella pure di un po' di scherma.
Ritornando ai duelli del passato secolo, ebbero bensì anch'essi norme e regole cavalleresche, ma erano dettate da principii e sentimenti affatto estranei alla scherma. E quindi un'ingiustizia incolpare la scherma ed i mae- stri d'arme sia dell'eccessivo uso del duello, sia della crudeltà e spietatezza con cui era praticato.
Come però facilmente si può capire, l' arte della scherma in quel tempo doveva necessariamente progre- dire, e più che altrove in Francia, ove le occasioni ad
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esercizi erano più frequenti. E questo fatto è pure con- fermato dal numero dei trattati di scherma, che dalla metà del secolo XVII sino al secolo nostro colà videro la luce; trattati eccellenti, con metodi corretti, ricchi di giuochi e abbelliti anche di grazia tutta nuova.
E il periodo più glorioso per la scherma francese, ed è bene che ci fermiamo a parlarne.
/ trattati dei secoli XVIII e XIX e le scuole moderne.
Considerando appunto il numero e 1' eccellenza dei loro trattati, usciti nei secoli XVIII e XIX, i Francesi si gonfiano di compiacenza e asseriscono con gran si- cumera e colla più sincera convinzione, di aver superati gli Italiani e di essersi posti alla testa del mondo. Ecco quali parole usa il Mérignac (voi. n, pag. 537)' « A partir de la seconde moitié du XV IP siede (un po'troppo presto, a dir vero), la Frutice se met a le tele de l'Eu- rope pour la science des armes et y conserve cette place jusqa nos jours; f Italie, qui nous avait devancés pendant sì longtemps, mure he des lors à no tre suite. »
Lo dice il signor Mérignac, lo dicono naturalmente i francesi e noi per cortesia li lasciamo dire; perchè le parole sono parole e i fatti sono fatti.
È vero bensì che in Francia i migliori trattati sono appunto di quel tempo, laddove in Italia ed anche in Ispagna non furono né molti, né importanti; ma non ne viene da questo tutta la conseguenza che ne de- ducono i Francesi.
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Causa le pessime condizioni politiche, che avevano resa l' Italia nostra « la terra dei morti » non si potè continuare la tradizione gloriosa dei secoli precedenti; ma anche per la scherma possiamo usare la frase del Giusti, che « assai eravam campati ,- eravam grandi e là non eran nati. » E con buona venia dei nostri vicini d'oltr'Alpe, parmi che il primato se lo arroghino loro da sé, con giudizio poco modesto, ed anche un pochino falso.
Se si studiano e si esaminano i loro trattati non si può non riconoscervi eccellenti teorie, molte novità, progressi veri; e, quello che forma la maggiore lode degli scrittori francesi, le loro idee vi sono esposte con molta vivacità, evidenza, spigliatezza. L'arte della scherma diviene più bella, più piacevole, vestita tanto leggiadra- mente a bei colori, come sanno essi presentarla. E il loro sistema non solo si completa e si perfeziona; ma sempre più si viene ornando di convenzioni gentili, di forme nobili e graziose, tutte proprie e corrispondenti al carattere di quella nazione; prende quindi una fiso- nomia spiccata e tutta francese
Ma dall' essersi fatta più gentile e garbata, all' aver acquistato il primato sulle altre scuole e anche sull'ita- liana, mi pare che ci corra non poco. Il crederlo, sarebbe voler giudicar 1' uomo dal vestito, e conchiudere che chi meglio veste dev' essere perciò anche più galan- tuomo. Si confonde spesso lo scrittore collo schermi- sta, la vivacità dello stile e delle imagini colla bontà delle teorie; una cosa, come ognuno sa, ben diversa.
E giacché mi ci trovo, voglio dir tutta intera la ve- rità quale la sento, sui trattati francesi. Parmi adunque che in essi i nostri vicini dimostrino chiaramente che non si diano molta cura di studiare le cose nostre,
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prima di dar giudizio di esse ; e che ci giudichino senza prima averci conosciuto. Da ciò nasce che spesso e vo- lentieri tacciono de' nostri maestri e dei nostri trattati, e che quando ne parlano, fanno una confusione di nomi e di cose, scaraventano spropositi da can barboni e per ignoranza ci negano ogni merito e dicono scoperto da loro e interamente nuovo, quello che è nostro, ed è già vecchio e rancido fra noi. La scherma francese è perciò un'edera riqwliosa bensì e lussureggiante di foglie: ma parassita e vegetata a spese di una grossa querce: la querce sarebbe la scherma italiana.
Non voglio con questo negare i meriti della scuola francese ; li riconosco ed apprezzo grandemente -, ma giustizia e carità di patria non mi permettono d' accet- tare in silenzio il giudizio di preminenza e superiorità che si ascrivono i francesi, tutto a danno nostro e non secondo verità. Hanno meriti, ma molti più se ne at- tribuiscono, che se meglio conoscessero i nostri trattati, non si agognerebbero.
Ciò che veramente tolse favore a' maestri Italiani, e impedì che accorressero in Francia e mostrassero la loro superiorità, quello insomma che maggiormente dan- neggiò la scuola italiana ospite in Francia, fu il disten- dersi, il fiorire delle Accademie d'armi, e i nuovi rego- lamenti che restrinsero la facoltà d'insegnare la scherma.
Già sotto Carlo IX i maestri d' arme s' erano colà stretti in corporazione, col titolo di « Académie d'armes » o « Maìtres en fait d'armes de V Académie du roi; » (la prima società che prendesse il titolo di Accademia); ma i suoi privilegi, benché confermati dai re Enrico IV e Luigi XIII, furono pochi e di poco momento.
Il maggior favore e la protezione più efficace le venne
PARTE PRIMA
da Luigi XIV. Questo re pel primo, si prese a maestro d'armi un francese, il cavaliere di Saint-Ange, laddove per l'addietro l'istruzione dei principi reali solevasi affi- dare a maestri Italiani di maggior grido. Approvò poi gli statuti e i regolamenti dell' « Académie cCarmes; » ne accrebbe i privilegi ; determinò il numero de' maestri sino a 20 ; ai quali dopo 20 anni d'esercizio rilasciava lettere di nobiltà ; le concesse la facoltà di creare mae- stri, e la decorò persino di un' insegna sua propria. E anche nell'esercito, ove, sotto Luigi XIII, seguivasi an- cora il metodo del famoso Fabiani, chiamato in Francia da Maria de' Medici, volle che maestri Francesi insegnas- sero i metodi praticati nell'« Académie. »
In progresso di tempo, sorte altre Accademie in ogni parte della Francia, fu proibito, senza speciale diploma, di aprir sale d' armi ed insegnare esercizi. Un decreto del 18 dicembre 1759 proibisce a « toutes personnes de quelque gitali té et condition quelles soient, autres que les maistres en fait d'armes, d'expérience et chef— d'oeuvre, de s'ingérer d'enseigner l'exercice et maniement des ar- mes, de tenir attenne assemblée a cet effet, soit en par- ticitlier, soit en public, en chambres, salles, cottrs, jardins, colléges, enclos et autres lieitx dans la ville et faubourgs de Paris, a peine de trois cents livres d'amende, confisca- tiou des fieitrets, plastrons et atttres ittensiles dudit art, et mente en cas de recidive, d ' emprisonnement. »
Gli Italiani adunque che prima accorrevano in Fran- cia come in terra di lauto guadagno e di sicuri trionfi, si trovarono chiusa a questo modo la splendida via. Il lustro poi che ben presto acquistarono le accademie, i nuovi trattati che si scrissero, sempre più esaltarono gli animi de' Francesi, e li indussero a credersi superiori a
CENNI STORICI III
tutti, molto più che le condizioni dell' Italia erano sfavo- revolissime allo sviluppo progressivo della nostra scher- ma. Ma come sempre tanto presumettero da non curarsi affatto degli altri, da non badare se in Italia si scrivesse e si fosse scritto: la grande nazione ci credeva immobili e cadaveri. E fu grave errore.
La cosa appare evidente dall'esame dei loro trattati.
Dall'opera del Labat passano non pochi anni, prima che si abbia un nuovo trattato d' importanza, poiché solo nel 1736 compariva il « Nouveau traile de la per- fection sur le fati des armes » del Girard. In esso la scherma francese riceve bensì grande impulso e largo sviluppo; ma molti giuochi che egli annunzia come nuovi, si rinvengono già esposti in altri trattati nostri. Persino quando descrive le molte e differenti guardie allora in uso, riproducendo la guardia Italiana e la Spa- gnuola si distacca dal vero, e mostra di ignorare i trattati che di fresco erano usciti in Italia. E la guardia che egli stima migliore, praticata da migliori spadac- cini, si può vedere già usata in Italia prima e riferita in moltissimi trattati.
Errori ancora più grossolani e massicci rinvengonsi in altre opere di quel tempo e principalmente in quella del Danet, L'Art des armes (1766), benché sia opera che faccia molto onore alla scherma francese. Ecco la genesi di quelli errori
Prima di lui, il nostro D'Angelo di Livorno aveva pub- blicato il suo trattato, conformandosi alla scuola Fran- cese ed accarezzandone l'amor proprio sino a chiamare i Francesi : « les premier s maìtres du monde pour la bonne gràce et l'habilité. » In esso il D'Angelo posto il prin- cipio che la parte principale della scherma consiste nelle
PARTE PRIMA
parate, volge ad esse il suo studio, e pel primo descrive una parata da lui detta le cave, contro il colpo di fian- conata; parata dal Marchionni riconosciuta per la ceduta di quinta; dà quindi utilissimi ammaestramenti basati sulla sua lunga esperienza che l'aveva reso il migliore tiratore del suo tempo, ed è persino 1' inventore del piastrone Le Mur, o esercizi fatti colla scorta del maestro.
Due anni dopo del D'Angelo, nel 1765, aveva scritto Daniel O'Sullivan, che nella sua Escrime pratique parlò pel primo della parata di mezzo-contro.
Sembra adunque che il Danet, abbia voluto, espo- nendo il suo trattato, battere in breccia sia alcuni prin- cipii del D'Angelo e del Sullivan, sia anche gran parte del metodo seguito dai maestri dell' « Académie. » Ne sorse una polemica vivissima e una lotta acerba, che però fu di grande vantaggio a tutto lo svolgimento teo- rico della scherma.
Contro il Sullivan ecco come si esprime il Danet:
« Jamais les armes noni admis de demicontre, il n'y a pas trois Académies dans Paris où le maitre dise a sou élève, parez-moi de demicontre ; si l'ou vouloit par- lager les parades et les òottes, et admettre de demi-situa- tions ou positions a cJiaque partie d'exécution, le maitre et l 'élève ne se reconnaitraint plus dans la pratique et l'enseignement.
A sostenere le ragioni del Sullivan e il sistema del- l'* Académie » scrisse, fra altri, La Boéssière (pére), che nelle sue: Observations sur le traile de l'art de /aire des armes de M. Danet, acerbamente combattè le teorie del Danet, il quale fu anche obbligato a dimettersi dalla carica, da lui occupata con onore per molti anni, di Presidente dell'Accademia stessa.
CENNI STORICI
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Non ostante però tali critiche, il Danet fu per la scherma francese del secolo XVIII quello che era stato il Liancourt per il secolo XVII, un innovatore audace e valentissimo, e il primo che faccia parola della punta volante.
Ora tanto il Danet, quanto La Boessière e gli altri, sia perchè nell'ardore della questione poco badassero ad appurare le cose, sia che non giudicassero meritevoli di studio i trattati anteriori, principalmente nostri, se ne mostrarono ignorantissimi e caddero in errori inscusa- bili. Essi chiamano nuovi colpi e movimenti che già si rinvengono nei trattati dell'Agrippa, del dall'Agocchie, del Giganti. Il Danet poi oppugnando alcuni difetti della scuola italiana per gì' inquarti e le intagliate, riproduce le teorie nostre con molta inesattezza, e citando, cita spesso a sproposito. Basti il dire che a pag. 144 del tomo 1, dopo aver affermato che il Saint-Didier è il fondatore della scherma in Francia, soggiunge che « gli stessi principii del Saint— Didier erano insegnati in Italia nel 1570 da Giacomo Grassi, modenese. » E noi invece sap- piamo che il Grassi pubblicò il suo trattato tre anni prima del maestro francese ; sembra quindi che piuttosto chi vien dopo copii da chi ha scritto prima.
Né si finirebbe così presto se si volessero notare tutte le corbellerie che furono dette da lui e dagli altri autori francesi. Così quando nel 1818, La Boessière, figlio del- l' antagonista del Danet, rendeva di pubblica ragione il suo trattato (Traile de l'art des armes), già nell' introdu- zione lamentavasi che pochi fossero i libri elementari che trattassero di scherma, e più degni di dimenticanza che non di studio-, e aggiungeva: « È dunque una materia nuova questa che ora si imprende a descrivere, ecc. »
114 PARTE PRIMA
Ma, e tutta quella pleiade di ottimi scrittori che tanto avevano fatto progredire lo svolgimento teorico della scherma dal Marozzo al Danet, al Grisetti e Rossaroll ? Possibile che tanto poco meritassero dell' arte, sicché questa si avesse nel 1 8 1 8 a chiamare nuova, o quasi nuova?
Il trattato del Boèssière, espositore delle teorie del padre, è senza dubbio uno dei migliori che si siano scritti in questo secolo-, a lui ed al padre, da cui si ebbe anche l' introduzione della maschera in filo di ferro, la scherma deve moltissimo ; ma un po' di giustizia, un po' di pudore per la verità, e un po' di rispetto per la gloria altrui!
Il Mérignac, a pag. 573, dice che « A l'epoque rie La Boessiere, les peuples, nos voisins, avaient compri 's l'utili té des établissements rélatifs a l'escrime > e riporta le parole del medesimo Boèssière: « La Cour de Londres, a jait venir a grands frais des maìtres d'armes frangais qiii iiennent école publique. L' Alien lagne, la Pologne, la Rus- sie, l' Espagne, la Sardaigne, ont imiti cet exemple. »
Se si eccettui l' Inghilterra, nazione sovra ogni altra ospitale, che concede senza distinzione e preferenza il suo favore al vero merito, e ove sempre raccolsero grandi premi i nostri maestri, io credo che nelle altre parti d' Europa abbia procurata la preminenza nella scherma alla Francia, non la superiorità teorica, ma l'egemonia acquistata allora colle armi, l'influenza eser- citata da lei sulle nuove istituzioni, e 1' obbligo di adot- tare i sistemi francesi imposto dal Dittatore francese.
L' Italia, in quel tempo, era umile ancella, accolse la nuova veste dei padroni d'oltr'Alpe ; ma neppur allora dimenticò di esser stata grande anche nella scherma.
CENNI STORICI 115
Ai trattati che abbiamo accennato, usciti in Francia nel secolo XVIII, e a cui si devono unire quelli del Bertrand (1801), del Chatelain (181 8), del Lhomandie (1821), del Lafaugère (1820), del Muller (1828) e del De-Bast (1S36) e di altri, oppose anch'essa i suoi, pochi di numero, ma non inferiori per bontà di principii, ai francesi.
Così nel secolo XVIII per nominare i principali so- lamente e senza fermarmi a darne giudizio, scrissero Giuseppe d'Alessandro di Napoli (171 1), Alessandro Di Marco (1758), Guido Antonio Mangano di Pavia (1781), Michele, Micheli di Firenze (1798).
E nel secolo nostro: Paolo Bertelli (1800), Rossaroll e Grisetti, amici ed ufficiali della grande armata, fon- datori della moderna scuola napoletana (1803), Blasco Florio, Catanese (1 825-1 844), Michele Gambogi (1837), Bartolomeo Bertolini (1842), Alberto Marchionni; il quale ultimo colla sua opera: Trattato dì scherma sopra il nuovo sistema di giuoco misto Italiano e Francese può gareggiare con vantaggio coi migliori di Francia.
Forse a taluni potrà sembrare grave mancanza il passare solo in rassegna questi nostri trattati, senza mostrarne i pregi che racchiudono, e i vantaggi che ciascuno arrecò allo sviluppo della scherma. Ma già troppo esteso è il lavoro storico che ho sin qui con- dotto, e troppo sono noti, almeno i principali, perchè io abbia a trattenermi in un' analisi, anche breve, di essi: occorrerà poi di parlarne più innanzi quando dovrò esporre le condizioni presenti della nostra scherma in Italia.
E qui solo ho inteso dimostrare come l'Italia non fu seconda a nessuna nazione nello svolgimento teorico
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della scherma e che, se le condizioni politiche non fos- sero state tanto infauste, avrebbe meglio e con più splendore affermata e sostenuta la sua superiorità.
Nò si deve passar sotto silenzio che la bontà ed eccellenza della nostra scuola fu anche frequentemente proclamata in gare parziali; poiché ogni qual volta si trovarono di fronte le migliori lame dei due paesi, la vittoria arrise di preferenza a- noi. Gli esempi sono numerosi-, ma io ne citerò solo alcuni, togliendoli dal Marchionni.
Quando Murat era re di Napoli, moltissimi maestri e dilettanti francesi si trovavano nel suo esercito, e spesso ebbero occasione di misurarsi con maestri e di- lettanti napoletani; or bene, dice il Marchionni, furono essi sempre battuti dai nostri.
Essendo viceré d' Italia Eugenio Beauharnay, fu man- dato di Francia a Milano il maestro La Motte perchè insegnasse al Collegio militare. Ma in Milano eranvi già due maestri di molto grido, Giuseppe Bianchi e Antonio Gaggiani, e il preferir loro uno straniero parve a molti signori e dilettanti di Milano un' ingiustizia ed un'offesa. Se ne lamentarono quindi allo stesso viceré il quale permise una pubblica gara, determinando che il vincitore sarebbe anche eletto all' insegnamento nel Collegio. La gara ebbe luogo alla presenza del viceré, del suo stato maggiore e della prima nobiltà francese, e in essa il Bianchi che si battè con La Motte, riportò uno splendido trionfo. E la cortesia non fu minore del suo merito schermistico, poiché generosamente cedette al La Motte il posto che aveva meritato colla vittoria e si portò invece a Pavia ov'era premurosamente chiamato.
Anche il Saint-Georges, allievo famoso del La Boès-
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sière padre, che i Francesi chiamavano l' uomo più straordinario che si fosse mai veduto nella scherma, in un'Accademia di scherma a Parigi tirò con un mae- stro italiano, il celebre Giuseppe Gianfaldoni di Livorno, che allora faceva ritorno dall'Inghilterra in Italia. E in essa fu primo colpito il Saint-George, poi il Gianfal- doni e in un ultimo assalto ancora il Saint-George, ri- manendo così la palma al maestro italiano. (Marchionni,
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E senza molto dilungarmi a ricordare fatti antichi e sempre a conferma che i Francesi sono troppo cor- rivi ad attribuirsi superiorità, lo stesso Louis Mérignac, conosciuto col nome di Mérignac Ainé, per distinguerlo dal fratello Emile, autore dell' Histoire de l'escrime, e che i Francesi chiamano « le premier tireur du monde » non fu egli brillantemente battuto, non è molto a Pa- rigi, dal mio amico Salvatore Pecoraro?
Per quanto però possano solleticare il nostro amor proprio codesti trionfi individuali, io sono ben lungi dal dedurne una prova assoluta a crederci superiori; e dico che, siccome i confronti sono sempre odiosi, così il pro- nunziare un giudizio di preminenza fra le due scuole Italiana e Francese, sia molto difficile. « Per stabilire un fatto simile - osserva giustamente il Marchionni — bisognerebbe che un determinato mimerò di maestri e di- lettanti Francesi, con altrettanti maestri e dilettanti Ita- liani venissero al paragone, tirando diverse volte insieme con regole prestabilite sul modo di tirare. » Questo a mio parere sarebbe il mezzo più acconcio per un giu- dizio con qualche fondamento sulla preminenza della scherma nelle due nazioni. Ma quando ciò potrà avvenire?
A me basta dunque, sia dall'esame dei trattati che
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si sono scritti, sia dai risultati ottenuti nelle gare par- ziali, poter dedurre che l' Italia non è rimasta addietro alla Francia; e che lo sviluppo che in questi ultimi anni vien dato alla scherma con favore universale, le procurerà un posto onoratissimo.
Il signor Mérignac stesso, considerando gli studi serii che si stanno compiendo fra noi, a pag. 5S2, scrive: « Jamais l 'escrime, et stirtout V escrime frangaise, ne fut plus répandue, plus Jlorissante et plus universellemenl goiìtée ; des professeurs frangais l'enseignent en Angle- terre, en Belgique, en Russie, en Suede, en Allemagne ; des salles d'armes se fondent dans les capitales du Nouveau Monde, pendant que chaque jour l 'escrime italienne et l'escrime espagnole se perfectionnent, se régularisent et marchent sur les trace s de la Frane e. »
Io torrei, assolutamente torrei, quel farci camminare sulle loro orme, che non ci sentiamo di seguirli e di esser loro inferiori. Principalmente dopo che la nostra scuola col giuoco misto, in cui ha tolto il meglio della scuola francese, pur conservando ciò che prima aveva di proprio e veramente tradizionale, ha fatto così mi- rabili progressi ; in nessun modo ci può bastare di pro- cedere « sur les traces de la Frane e. »
Essi stessi, i Francesi, riconoscono il nostro primato neir uso della sciabola, principalmente dopo che alla scuola dell' esercito col sistema Redaelli lo studio di quell'arme potè conseguire uno straordinario sviluppo, sino a gareggiare per bontà di metodi collo sviluppo della spada. Nella spada poi a cui essi di preferenza si applicano e per cui vantano veri meriti, è cosa molto difficile il determinare quale delle due scuole prevalga; e certo per lungo tempo sarà una fatica inutile tentar
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la soluzione del problema e addurre ragioni prò o contro. Il meglio perciò che noi Italiani possiam fare si è di applicarci con animo risoluto, fiduciosi e concordi a progredire sempre più, come finora si è cercato, e di mostrarci superiori più coi fatti che non colle parole.
Ma qui appunto la nostra storia ha punti neri.
In Francia, questa benedetta concordia di animi esiste ed è gran pregio di quella scuola. Tutti seguono un sistema solo, e lo illustrano coi meriti personali e con nuovi perfezionamenti. Le differenze sono poche e non mai sostanziali.
Vi fu bensì un momento in cui la discordia era en- trata nel loro campo ; ma fu breve prova ; tutto ritornò in pace, e concordemente tennero l' istessa via. Allora, intorno al 1830, come nel suo elegante scritto: Un tournoì au XI Xe siede, dice M. Legouvé : « Une école nouvelle rejetait cornute inutile et presque comme ridiente la gràce des aptitudes et l'harmonie des mouvements. »
Ma codesta scuola che alla grazia dei movimenti preferiva i colpi di tutta forza e vigore, ebbe corta vita, e ben presto si fé ritorno « aux traditions de la régularité et de l'élégance. » Si ottenne cioè di pro- vare « que la régularité nest un obstacle a la vitesse, qu'011 peut ètre a la pois le plus gracieux et le plus ter- rible des tireurs. » Perciò i maestri che presentemente sono in maggior fama: Louis Mérignac, Vigeant, Pré- vost, Pellerin, Rouleau, Hottelet, Ayat, Cain, Rue, Cha- zalet, i tre Ruzè, Robert, Frey, Rouvière, Hyacinthe, ecc. insegnano con pochissime differenze gli stessi metodi dei maestri che tennero il campo prima del 1830, e di quelli più vecchi di una generazione. E sulle medesime loro orme, colla medesima interpretazione del sistema
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si avanzano, si rendono valenti i numerosissimi dilettanti delle sale d'armi francesi : Antonio d' Espeleta, Saucède, Vivet, André, Chabrol, De Villeneuve, Duran, Laroze, De Vaux, Corthez, D'Aldama, Maillet, Abellard, Mar- land, ecc. ecc., che sarebbe lungo il riferire solamente i più celebri.
In tanta unione di concetti e di sforzi, la scherma francese progredisce mirabilmente: ha potuto determi- nare stabilmente il suo sistema, circondarlo di una frase artistica sua propria, elegante ed anche efficace ; sicché noi facilmente la riconosciamo e distinguiamo appena un tiratore di quella nazione armeggia col fioretto, o si batte in una gara.
Non così fra noi, in Italia, poiché differenze sostan- ziali ci dividono e suddividono, disperdendo così e an- nullando gran parte delle nostre forze, della nostra at- tività. E ornai la scissione è così profonda, che non si può dire e nominare una scuola italiana; ma si deve dire le scuole italiane e distinguerle col nome di chi è stato fondatore o riformatore d' alcuna delle molte chie- suole e sette.
Siccome poi cresce di giorno in giorno il favore per gli esercizi della scherma, e sorgono in ogni parte nuove associazioni, s' aprono nuove sale d' armi, ed è divenuto un bisogno della moderna società il saper maneo-giare artisticamente il fioretto o la sciabola, così sempre più si radicano, si diffondono i difetti dei molti sistemi, sempre più si dividono gli animi, e l' arte ne ha danni, non veri vantaggi, ed è ritardata sulla via del perfezionamento.
Ma qual' è codesta divisione, codesta scissura nella scherma italiana?
CENNI STORICI
Sarà bene dedicarvi un capitolo a parte, e trattar la questione diffusamente con abbondanza di argomenti e di prove. Forse ciò potrà giovare a molti, i quali non conoscendo lo stato delle cose, senza volerlo, favori- scono i sistemi più difettosi, e combattono i meglio progrediti.
Prima però di entrare nel doloroso argomento, dopo di che chiuderemo anche i cenni storici, sarà bene aver presente i caratteri speciali delle diverse scuole e dei molti metodi che si discutono il primato.
Due, come già dissi, sono le scuole principali : l' ita- liana-spagnuola e la francese, poiché le altre sono modificazioni dell'una o dell'altra.
I popoli invero del settentrione più che alle gare ed agli esercizi della scherma, volsero di preferenza l'animo a studi più severi e speculativi; perciò non ebbero mai una scuola tradizionale e sistemi proprii; ma accolsero sempre i principii ora di maestri Italiani, ora di maestri Francesi. In Russia ed in Germania apparvero bensì a quando a quando buoni trattati di scherma, come per nominarne uno eccellente, quello del Sieverbruch, (1852) tradotto anche in francese nel 1860 col titolo: Manuel de l' escrime; ma furono sempre isolati, senza precedenti e senza continuatori.
Anche nella Spagna la scherma non potè progredire quanto in Italia ed in Francia, benché l'attitudine alla scherma sia mirabile negli Spagnuoli; e ciò forse per- chè quel popolo si dette presto ad altri giuochi ginnici, e provata l' emozione de' combattimenti coi tori, che chiamò veri duelli, el duelo, non potè gustare le gare schermistiche, più razionali e meno tumultuose.
II nome però che noi usiamo di scuola Italo-Spa-
PARTE PRIMA
gnuola non è già dato per significare che gli identici principii siano seguiti nelle due penisole, poiché princi- palmente in questi ultimi tempi, la Spagna accolse di preferenza teorie e costumanze francesi ; ma per la fog- gia dell'arma che è tradizionale ne' due paesi e per il principio su cui basa la loro guardia.
La scuola adunque Italo—Spagnuola ha l' arma con impugnatura a coccia e vette trasversale, ricasso che ferma e assicura la lama, e questa quadrangolare e piatta.
Il suo studio è volto a rendere il giuoco della sala più che sia possibile, conforme al vero combattimento, ispirandosi a tutte le eventualità degli assalti senza maschera: anche l'arma perciò è la stessa, sia negli esercizi, sia sul terreno vero.
La sua guardia basa sui principii della meccanica animale, e con fino criterio e giusta misura, sa usare forze e spazi e mantenere tempi e precisione. Impiega tutte le articolazioni del braccio a meglio dirigere l'arma e accompagna i colpi colla parte superiore del corpo. Infine la sua frase schermistica, costruita con intelli- gente discernimento, sa unire elegante compostezza a movimenti vigorosi e spontanei.
La scuola francese usa arma differente per la sala e per il terreno; l'arma per la sala è più leggiera, con lama quadra equilaterale, leggermente curvata, e al- l'impugnatura riparata con semplici anelli (fleuret); pel terreno l' arma è alquanto più grave, a ferro triango- lare, con coccia semplice, senza il nostro vette trasver- sale (épée de combat).
Muove con grande elasticità il pugno che imbran- disce l' arma, impiegando nei movimenti anche le dita
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della mano {doigter, diteggiare). Tende a colpire sia per le linee diagonali, come per le rette, e sempre conserva il corpo elegante e molleggiarne (souple) non accompa- gnando col tronco i colpi, ma pur movendo gli arti in- feriori.
I suoi movimenti sono perciò eleganti, pieni di grazia e forse persino troppo manierati ; sicché alla compostezza e alla vivacità dell'azione, molte volte vien sacrificata la correttezza tecnica della frase. Ma se il contegno fran- cese è più gentile del nostro, e il nostro è più vigoroso del francese, ciò dipende dall' usar noi sempre l' arma stessa per la sala e per il terreno studiando più che la forma estetica dell' esercizio, l' eventualità decisiva del terreno.
Infine i Francesi non si permettono mai accenno e grido durante 1' azione-, noi invece, sia per tradizione, sia per libera elezione accompagniamo i movimenti e i colpi più risoluti anche colla voce, e talvolta per meglio ingannare l'avversario secondiamo l'attacco con tutto il corpo e spesso rompiamo a studio la misura.
Queste sono le differenze principali riguardo alla for- ma degli attacchi e delle parate, che presentano le due scuole gareggianti onoratamente fra loro: quale sia mi- gliore, quale veramente prevalga sia nella teoria, come nella pratica, è intempestivo e inopportuno il giudicare.
Veniamo però a dire delle condizioni della scherma nostra, delle sue divisioni e anche de'mezzi con cui po- trebbe essere portata a maggiore grandezza.
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v.°
Una questione particolare.
I miei cortesi lettori si ricorderanno certamente della lotta letteraria che con tanta fierezza si combattè al principio' di questo secolo tra classici e romantici. Vi presero parte i migliori ingegni di quel tempo, tra i quali il Monti per una parte, e per l'altra Alessandro Manzoni: né sempre in quella lotta si misurarono le sciabolate a rigore di cavalleria. Or bene, anche nel campo della scherma è sorta una lotta intorno alla tecnica del metodo, la quale si accosta di molto a quella dei classici e dei romantici, e in questa pure da qual- che anno vengono scambiate sciabolate teoriche e pra- tiche, nella speranza di avere per sé il principio diret- tivo dell' arte e l' avvenire.
Da una parte adunque e' è una specie stranissima di classici, di un classicismo ad usum Delphini, che hanno la pretesa, e niente altro che la pretesa, di atte- nersi alla tradizione storica italiana.
Dall' altra proprio una specie di romantici, i quali vogliono, che l'arte, anche conservando certi principii, perpetuamente veri, progredisca, accolga elementi che la pratica corona di buoni risultati; che si modifichino le formole scientifiche e non si atrofizzi l'arte; e di con- seguenza pretendono 1' avvenire per sé.
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La lotta non è tanto semplice come può parere a primo aspetto, né inutile come tante altre.
Ma veniamo a spiegazioni più chiare, e anche più storiche.
La divisione, la discordia nel metodo schermistico in Italia è di data antica. Rimonta al principio del se- colo quando l'Italia fu lasciata a pezzi e bocconi, quando, caduto l' impero di Napoleone e poi il regno del Beau- hernais, ci rimase una quantità di costumanze, di allu- macature francesi. Noi avevamo già una scuola nostra, quella stessa nella parte sostanziale, che ebbe come prin- cipali espositori scientifici il Rossaroll Scorza e il Grisetti.
Questi però nel loro trattato La scienza della scherma (1803) raffermarono bensì principii e teorie antiche, ma poco o nulla introdussero di nuovo.
Nell'Italia settentrionale la nostra scuola fu per breve tempo soverchiata dall' influenza francese ; e si dovette cedere, e infranciosarci anche nella scherma-, ma poi, cacciati quelli, sorse un nuovo metodo che intendeva unire alcune particolarità del sistema francese, con prin- cipii nostri tradizionali. Era un misto dei due sistemi, ed ebbe il suo primo espositore nel Marchionni, il quale pubblicò il suo trattato nel 1847.
Adunque verso la metà del secolo, troviamo già pro- fondissima la divisione nella scherma italiana. Da una parte la scuola meridionale ligia immobilmente alle an- tiche tradizioni, coli' arma tradizionale ispano-italica a vette trasversale con gli archetti di unione e col nuovo uso di fermarla al polso con un legaccio, e con tutto il corredo delle antiche formalità ; dall' altra la scuola
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mista coli' arme modificata, modificata l'impugnatura, tolta la vette trasversale e gli archetti di unione, con- servata però la coccia ed un semplice anello.
Intanto a Bologna lo Zangheri (maestro celebrato che lasciò dopo di sé imitatori e maestri riputatissimi), sti- mando non interamente opportune e in parte insuffi- cienti le modificazioni che andava introducendo il Mar- chionni, ma pure riconoscendo la necessità di progredire, correggeva quei tentativi mantenendo più rigorosamente i principii fondamentali del metodo meridionale, conser- vandone la foggia dell' arme, abbandonando l' uso di tener l'arme legata, raccorciando il fioretto, perchè si potessero eseguire talune azioni schermistiche adottate dal metodo francese, che la legatura, specialmente sotto misura non permetteva di fare. Egli tanto fidavasi, e con ragione, della bontà dei suoi principii,' che. non dubitò di chiamare italiano il suo sistema.
O presto o tardi, come si capisce, le due scuole, la mista colle sue modificazioni, e la meridionale immobil- mente fissa, e incipriata come un nobile del secolo pas- sato, dovevano trovarsi di fronte, misurarsi e disputarsi il campo.
E infatti avvenuta la liberazione dell'Italia dallo stra- niero, e scomparse molte idee regionali, si volle toglier di mezzo anche questa divisione, e si cominciarono a vagliare, discutere, i due sistemi. Ma si destò un vero vespaio. Lo Zangheri era scomparso dalla scena; ma rimanevano i suoi discepoli, giovani, baldi di vita e fidu- ciosi nella bontà del loro sistema. Il trattato del Mar- chionni era bensì il centro degli studi della scuola mista, ma d'anno in anno i discepoli praticamente trovavano nuove aggiunzioni modificative.
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Ad accrescere la divisione concorse lo sviluppo che allora ottenne la scherma colle nuove sale d'armi aperte in molte città, e più coli' introduzione di un insegna- mento metodico nell'esercito. Prima d'allora, cioè del- l'anno 1S6S, la scherma era ben poco studiata nell'eser- cito, e l' insegnamento di quel poco era affidato talora a qualche ufficiale, tal' altra ai maestri borghesi delle città ove erano di stanza i reggimenti, e spesso anche a tam- burini maggiori, come se maneggiar la canna dal grosso pomo, fosse la stessa cosa che armeggiar colla spada. Non dunque regolarità d' insegnamento, non metodo fisso, non incoraggiamento; una vera sciagura; e i bor- ghesi perciò nella scherma vincevano dì c"ran lurida i militari.
Ma nel 1868 il Ministro per la Guerra, Generale Bertolé— Viale, tanto studioso de' miglioramenti dell'eser- cito, ordinò con sua Circolare che si aprissero tre scuole di scherma; cioè a Parma ed a Modena perchè vi ot- tenessero diplomi di maestro quelli della fanteria; a Mi- lano invece per i militari di cavalleria. L' idea della scuola era eccellente, forse non così eccellente di costi- tuirne subito tre; ed infatti dopo un anno quella di Modena era incorporata a quella di Parma. Il titolo era
di scuola di tiro, ginnastica, sellerina e nuoto per la
fanteria; ma il nuoto fu sempre un pio desiderio dei buoni militari e non se ne fece mai nulla, per la sem- plicissima ragione che.... mancava l'acqua. L'istruzione per la scherma fu affidata all' illustre Cesare Enrichetti, il quale degno scolare dello Zangheri continuava le tra- dizioni della scuola che lo Zaneheri aveva chiamata italiana, che aveva per base il metodo meridionale, ed a cui erano state aggiunte le modificazioni che abbiamo
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sopra notato, ed altre che a mano a mano, collo studio pratico, si venivano escogitando.
Alla nuova scuola di Milano,